CAPITOLO IV
IL
RAPPORTO TRA LA FEDE E LA RAGIONE
Tappe
significative dell'incontro tra fede e ragione
36. Secondo
la testimonianza degli Atti degli Apostoli, l'annuncio cristiano venne a
confronto sin dagli inizi con le correnti filosofiche del tempo. Lo stesso libro
riferisce della discussione che san Paolo ebbe ad Atene con « certi filosofi
epicurei e stoici » (17, 18). L'analisi esegetica di quel discorso all'Areopago
ha posto in evidenza le ripetute allusioni a convincimenti popolari di
provenienza per lo più stoica. Certamente ciò non era casuale. Per farsi
comprendere dai pagani, i primi cristiani non potevano nei loro discorsi
rinviare soltanto « a Mosè e ai profeti »; dovevano anche far leva sulla
conoscenza naturale di Dio e sulla voce della coscienza morale di ogni uomo (cfr
Rm 1, 19-21; 2, 14-15; At 14, 16-17). Poiché però tale conoscenza
naturale, nella religione pagana, era scaduta in idolatria (cfr Rm 1,
21-32), l'Apostolo ritenne più saggio collegare il suo discorso al pensiero dei
filosofi, i quali fin dagli inizi avevano opposto ai miti e ai culti misterici
concetti più rispettosi della trascendenza divina.
Uno degli
sforzi maggiori che i filosofi del pensiero classico operarono, infatti, fu
quello di purificare la concezione che gli uomini avevano di Dio da forme
mitologiche. Come sappiamo, anche la religione greca, non diversamente da gran
parte delle religioni cosmiche, era politeista, giungendo fino a divinizzare
cose e fenomeni della natura. I tentativi dell'uomo di comprendere l'origine
degli dei e, in loro, dell'universo trovarono la loro prima espressione nella
poesia. Le teogonie rimangono, fino ad oggi, la prima testimonianza di questa
ricerca dell'uomo. Fu compito dei padri della filosofia far emergere il legame
tra la ragione e la religione. Allargando lo sguardo verso i principi
universali, essi non si accontentarono più dei miti antichi, ma vollero giungere
a dare fondamento razionale alla loro credenza nella divinità. Si intraprese,
così, una strada che, uscendo dalle tradizioni antiche particolari, si immetteva
in uno sviluppo che corrispondeva alle esigenze della ragione universale. Il
fine verso cui tale sviluppo tendeva era la consapevolezza critica di ciò in cui
si credeva. La prima a trarre vantaggio da simile cammino fu la concezione della
divinità. Le superstizioni vennero riconosciute come tali e la religione fu,
almeno in parte, purificata mediante l'analisi razionale. Fu su questa base che
i Padri della Chiesa avviarono un dialogo fecondo con i filosofi antichi,
aprendo la strada all'annuncio e alla comprensione del Dio di Gesù Cristo.
37.
Nell'accennare a questo movimento di avvicinamento dei cristiani alla filosofia,
è doveroso ricordare anche l'atteggiamento di cautela che in essi suscitavano
altri elementi del mondo culturale pagano, quali ad esempio la gnosi. La
filosofia, come saggezza pratica e scuola di vita, poteva facilmente essere
confusa con una conoscenza di tipo superiore, esoterico, riservato a pochi
perfetti. E senza dubbio a questo genere di speculazioni esoteriche che san
Paolo pensa, quando mette in guardia i Colossesi: « Badate che nessuno vi
inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana,
secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo » (2, 8). Quanto mai attuali
si presentano le parole dell'Apostolo, se le riferiamo alle diverse forme di
esoterismo che dilagano oggi anche presso alcuni credenti, privi del dovuto
senso critico. Sulle orme di san Paolo, altri scrittori dei primi secoli, in
particolare sant'Ireneo e Tertulliano, sollevano a loro volta riserve nei
confronti di un'impostazione culturale che pretendeva di subordinare la verità
della Rivelazione all'interpretazione dei filosofi.
8. L'incontro
del cristianesimo con la filosofia, dunque, non fu immediato né facile. La
pratica di essa e la frequentazione delle scuole apparve ai primi cristiani più
come un disturbo che come un'opportunità. Per loro, primo e urgente dovere era
l'annuncio di Cristo risorto da proporre in un incontro personale capace di
condurre l'interlocutore alla conversione del cuore e alla richiesta del
Battesimo. Ciò non significa, comunque, che essi ignorassero il compito di
approfondire l'intelligenza della fede e delle sue motivazioni. Tutt'altro.
Ingiusta e pretestuosa, pertanto, risulta la critica di Celso, che accusa i
cristiani di essere gente « illetterata e rozza ».(31) La spiegazione di questo
loro iniziale disinteresse va ricercata altrove. In realtà, l'incontro con il
Vangelo offriva una risposta così appagante alla questione, fino a quel momento
ancora non risolta, circa il senso della vita, che la frequentazione dei
filosofi appariva loro come una cosa lontana e, per alcuni versi, superata.
Ciò appare
oggi ancora più chiaro, se si pensa a quell'apporto del cristianesimo che
consiste nell'affermazione dell'universale diritto d'accesso alla verità.
Abbattute le barriere razziali, sociali e sessuali, il cristianesimo aveva
annunciato fin dai suoi inizi l'uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a Dio.
La prima conseguenza di questa concezione si applicava al tema della verità.
Veniva decisamente superato il carattere elitario che la sua ricerca aveva
presso gli antichi: poiché l'accesso alla verità è un bene che permette di
giungere a Dio, tutti devono essere nella condizione di poter percorrere questa
strada. Le vie per raggiungere la verità rimangono molteplici; tuttavia, poiché
la verità cristiana ha un valore salvifico, ciascuna di queste vie può essere
percorsa, purché conduca alla meta finale, ossia alla rivelazione di Gesù
Cristo.
Quale
pioniere di un incontro positivo col pensiero filosofico, anche se nel segno di
un cauto discernimento, va ricordato san Giustino: questi, pur conservando anche
dopo la conversione grande stima per la filosofia greca, asseriva con forza e
chiarezza di aver trovato nel cristianesimo « l'unica sicura e proficua
filosofia ».(32) Similmente, Clemente Alessandrino chiamava il Vangelo « la vera
filosofia »,(33) e interpretava la filosofia in analogia alla legge mosaica come
una istruzione propedeutica alla fede cristiana (34) e una preparazione al
Vangelo.(35) Poiché « la filosofia brama quella sapienza che consiste nella
rettitudine dell'anima e della parola e nella purezza della vita, essa è ben
disposta verso la sapienza e fa tutto il possibile per raggiungerla. Presso di
noi si dicono filosofi coloro che amano la sapienza che è creatrice e maestra di
ogni cosa, cioè la conoscenza del Figlio di Dio ».(36) La filosofia greca, per
l'Alessandrino, non ha come primo scopo quello di completare o rafforzare la
verità cristiana; suo compito è, piuttosto, la difesa della fede: « La dottrina
del Salvatore è perfetta in se stessa e non ha bisogno di appoggio, perché essa
è la forza e la sapienza di Dio. La filosofia greca, col suo apporto, non rende
più forte la verità, ma siccome rende impotente l'attacco della sofistica e
disarma gli attacchi proditori contro la verità, la si è chiamata a ragione
siepe e muro di cinta della vigna ».(37)
39. Nella
storia di questo sviluppo è possibile, comunque, verificare l'assunzione critica
del pensiero filosofico da parte dei pensatori cristiani. Tra i primi esempi che
si possono incontrare, quello di Origene è certamente significativo. Contro gli
attacchi che venivano mossi dal filosofo Celso, Origene assume la filosofia
platonica per argomentare e rispondergli. Riferendosi a non pochi elementi del
pensiero platonico, egli inizia a elaborare una prima forma di teologia
cristiana. Il nome stesso, infatti, insieme con l'idea di teologia come discorso
razionale su Dio, fino a quel momento era ancora legato alla sua origine greca.
Nella filosofia aristotelica, ad esempio, il nome designava la parte più nobile
e il vero apogeo del discorso filosofico. Alla luce della Rivelazione cristiana,
invece, ciò che in precedenza indicava una generica dottrina sulle divinità
venne ad assumere un significato del tutto nuovo, in quanto definiva la
riflessione che il credente compiva per esprimere la vera dottrina su
Dio. Questo nuovo pensiero cristiano che si andava sviluppando si avvaleva della
filosofia, ma nello stesso tempo tendeva a distinguersi nettamente da essa. La
storia mostra come lo stesso pensiero platonico assunto in teologia abbia subito
profonde trasformazioni, in particolare per quanto riguarda concetti quali
l'immortalità dell'anima, la divinizzazione dell'uomo e l'origine del male.
40. In quest'opera
di cristianizzazione del pensiero platonico e neoplatonico, meritano particolare
menzione i Padri Cappadoci, Dionigi detto l'Areopagita e soprattutto sant'Agostino.
Il grande Dottore occidentale era venuto a contatto con diverse scuole
filosofiche, ma tutte lo avevano deluso. Quando davanti a lui si affacciò la
verità della fede cristiana, allora ebbe la forza di compiere quella radicale
conversione a cui i filosofi precedentemente frequentati non erano riusciti ad
indurlo. Il motivo lo racconta lui stesso: « Dal quel momento però cominciai a
rendermi conto che una preferenza per l'insegnamento cattolico mi avrebbe
imposto di credere a cose non dimostrate (sia che una dimostrazione ci fosse ma
non apparisse convincente, sia che non ci fosse del tutto) in misura minore e
con rischio d'errore trascurabile in confronto all'insegnamento manicheo. Il
quale prima si prendeva gioco della credulità con temerarie promesse di
conoscenza, e poi imponeva di credere a tante fantasie favolose ed assurde, dato
che non poteva dimostrarle ».(38) Agli stessi platonici, a cui si faceva
riferimento in modo privilegiato, Agostino rimproverava che, pur avendo
conosciuto il fine verso cui tendere, avevano ignorato però la via che vi
conduce: il Verbo incarnato.(39) Il Vescovo di Ippona riuscì a produrre la prima
grande sintesi del pensiero filosofico e teologico nella quale confluivano
correnti del pensiero greco e latino. Anche in lui, la grande unità del sapere,
che trovava il suo fondamento nel pensiero biblico, venne ad essere confermata e
sostenuta dalla profondità del pensiero speculativo. La sintesi compiuta da
sant'Agostino rimarrà per secoli come la forma più alta della speculazione
filosofica e teologica che l'Occidente abbia conosciuto. Forte della sua storia
personale e aiutato da una mirabile santità di vita, egli fu anche in grado di
introdurre nelle sue opere molteplici dati che, facendo riferimento
all'esperienza, preludevano a futuri sviluppi di alcune correnti filosofiche.
41. Diverse,
dunque, sono state le forme con cui i Padri d'Oriente e d'Occidente sono entrati
in rapporto con le scuole filosofiche. Ciò non significa che essi abbiano
identificato il contenuto del loro messaggio con i sistemi a cui facevano
riferimento. La domanda di Tertulliano: « Che cosa hanno in comune Atene e
Gerusalemme? Che cosa l'Accademia e la Chiesa? »,(40) è chiaro sintomo della
coscienza critica con cui i pensatori cristiani, fin dalle origini, affrontarono
il problema del rapporto tra la fede e la filosofia, vedendolo globalmente nei
suoi aspetti positivi e nei suoi limiti. Non erano pensatori ingenui. Proprio
perché vivevano intensamente il contenuto della fede, essi sapevano raggiungere
le forme più profonde della speculazione. E pertanto ingiusto e riduttivo
limitare la loro opera alla sola trasposizione delle verità di fede in categorie
filosofiche. Fecero molto di più. Riuscirono, infatti, a far emergere in
pienezza quanto risultava ancora implicito e propedeutico nel pensiero dei
grandi filosofi antichi.(41) Costoro, come ho detto, avevano avuto il compito di
mostrare in quale modo la ragione, liberata dai vincoli esterni, potesse uscire
dal vicolo cieco dei miti, per aprirsi in modo più adeguato alla trascendenza.
Una ragione purificata e retta, quindi, era in grado di elevarsi ai livelli più
alti della riflessione, dando fondamento solido alla percezione dell'essere, del
trascendente e dell'assoluto.
Proprio qui
si inserisce la novità operata dai Padri. Essi accolsero in pieno la ragione
aperta all'assoluto e in essa innestarono la ricchezza proveniente dalla
Rivelazione. L'incontro non fu solo a livello di culture, delle quali l'una
succube forse del fascino dell'altra; esso avvenne nell'intimo degli animi e fu
incontro tra la creatura e il suo Creatore. Oltrepassando il fine stesso verso
cui inconsapevolmente tendeva in forza della sua natura, la ragione poté
raggiungere il sommo bene e la somma verità nella persona del Verbo incarnato.
Dinanzi alle filosofie, i Padri non ebbero tuttavia timore di riconoscere tanto
gli elementi comuni quanto le diversità che esse presentavano rispetto alla
Rivelazione. La coscienza delle convergenze non offuscava in loro il
riconoscimento delle differenze.
42. Nella
teologia scolastica il ruolo della ragione filosoficamente educata diventa
ancora più cospicuo sotto la spinta dell'interpretazione anselmiana dell'intellectus
fidei. Per il santo Arcivescovo di Canterbury la priorità della fede non è
competitiva con la ricerca propria della ragione. Questa, infatti, non è
chiamata a esprimere un giudizio sui contenuti della fede; ne sarebbe incapace,
perché a ciò non idonea. Suo compito, piuttosto, è quello di saper trovare un
senso, di scoprire delle ragioni che permettano a tutti di raggiungere una
qualche intelligenza dei contenuti di fede. Sant'Anselmo sottolinea il fatto che
l'intelletto deve porsi in ricerca di ciò che ama: più ama, più desidera
conoscere. Chi vive per la verità è proteso verso una forma di conoscenza che si
infiamma sempre più di amore per ciò che conosce, pur dovendo ammettere di non
aver ancora fatto tutto ciò che sarebbe nel suo desiderio: « Ad te videndum
factus sum; et nondum feci propter quod factus sum ».(42) Il desiderio di
verità spinge, dunque, la ragione ad andare sempre oltre; essa, anzi, viene come
sopraffatta dalla costatazione della sua capacità sempre più grande di ciò che
raggiunge. A questo punto, però, la ragione è in grado di scoprire ove stia il
compimento del suo cammino: « Penso infatti che chi investiga una cosa
incomprensibile debba accontentarsi di giungere con il ragionamento a
riconoscerne con somma certezza la realtà, anche se non è in grado di penetrare
con l'intelletto il suo modo di essere [...]. Che cosa c'è peraltro di tanto
incomprensibile ed inesprimibile quanto ciò che è al di sopra di ogni cosa? Se
dunque ciò di cui finora si è disputato intorno alla somma essenza è stato
stabilito su ragioni necessarie, quantunque non possa essere penetrato con
l'intelletto in modo da potersi chiarire anche verbalmente, non per questo
vacilla minimamente il fondamento della sua certezza. Se, infatti, una
precedente riflessione ha compreso in modo razionale che è incomprensibile (rationabiliter
comprehendit incomprehensibile esse) il modo in cui la sapienza superna sa
ciò che ha fatto [...], chi spiegherà come essa stessa si conosce e si dice,
essa di cui l'uomo nulla o pressoché nulla può sapere? ».(43)
L'armonia
fondamentale della conoscenza filosofica e della conoscenza di fede è ancora una
volta confermata: la fede chiede che il suo oggetto venga compreso con l'aiuto
della ragione; la ragione, al culmine della sua ricerca, ammette come necessario
ciò che la fede presenta.
La
novità perenne del pensiero di san Tommaso d'Aquino
43. Un posto
tutto particolare in questo lungo cammino spetta a san Tommaso, non solo per il
contenuto della sua dottrina, ma anche per il rapporto dialogico che egli seppe
instaurare con il pensiero arabo ed ebreo del suo tempo. In un'epoca in cui i
pensatori cristiani riscoprivano i tesori della filosofia antica, e più
direttamente aristotelica, egli ebbe il grande merito di porre in primo piano
l'armonia che intercorre tra la ragione e la fede. La luce della ragione e
quella della fede provengono entrambe da Dio, egli argomentava; perciò non
possono contraddirsi tra loro.(44)
Più
radicalmente, Tommaso riconosce che la natura, oggetto proprio della filosofia,
può contribuire alla comprensione della rivelazione divina. La fede, dunque, non
teme la ragione, ma la ricerca e in essa confida. Come la grazia suppone la
natura e la porta a compimento,(45) così la fede suppone e perfeziona la
ragione. Quest'ultima, illuminata dalla fede, viene liberata dalle fragilità e
dai limiti derivanti dalla disobbedienza del peccato e trova la forza necessaria
per elevarsi alla conoscenza del mistero di Dio Uno e Trino. Pur sottolineando
con forza il carattere soprannaturale della fede, il Dottore Angelico non ha
dimenticato il valore della sua ragionevolezza; ha saputo, anzi, scendere in
profondità e precisare il senso di tale ragionevolezza. La fede, infatti, è in
qualche modo « esercizio del pensiero »; la ragione dell'uomo non si annulla né
si avvilisce dando l'assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso
raggiunti con scelta libera e consapevole.(46)
E per questo
motivo che, giustamente, san Tommaso è sempre stato proposto dalla Chiesa come
maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia. Mi piace
ricordare, in questo contesto, quanto ha scritto il mio Predecessore, il Servo
di Dio Paolo VI, in occasione del settimo centenario della morte del Dottore
Angelico: « Senza dubbio, Tommaso possedette al massimo grado il coraggio della
verità, la libertà di spirito nell'affrontare i nuovi problemi, l'onestà
intellettuale di chi non ammette la contaminazione del cristianesimo con la
filosofia profana, ma nemmeno il rifiuto aprioristico di questa. Perciò, egli
passò alla storia del pensiero cristiano come un pioniere sul nuovo cammino
della filosofia e della cultura universale. Il punto centrale e quasi il
nocciolo della soluzione che egli diede al problema del nuovo confronto tra la
ragione e la fede con la genialità del suo intuito profetico, è stato quello
della conciliazione tra la secolarità del mondo e la radicalità del Vangelo,
sfuggendo così alla innaturale tendenza negatrice del mondo e dei suoi valori,
senza peraltro venire meno alle supreme e inflessibili esigenze dell'ordine
soprannaturale ».(47)
44. Tra le
grandi intuizioni di san Tommaso vi è anche quella relativa al ruolo che lo
Spirito Santo svolge nel far maturare in sapienza la scienza umana. Fin dalle
prime pagine della sua Summa Theologiae (48) l'Aquinate volle mostrare il
primato di quella sapienza che è dono dello Spirito Santo ed introduce alla
conoscenza delle realtà divine. La sua teologia permette di comprendere la
peculiarità della sapienza nel suo stretto legame con la fede e la conoscenza
divina. Essa conosce per connaturalità, presuppone la fede e arriva a formulare
il suo retto giudizio a partire dalla verità della fede stessa: « La sapienza
elencata tra i doni dello Spirito Santo è distinta da quella che è posta tra le
virtù intellettuali. Infatti quest'ultima si acquista con lo studio: quella
invece “viene dall'alto”, come si esprime san Giacomo. Così pure è distinta
dalla fede. Poiché la fede accetta la verità divina così com'è, invece è proprio
del dono di sapienza giudicare secondo la verità divina ».(49)
La priorità
riconosciuta a questa sapienza, tuttavia, non fa dimenticare al Dottore Angelico
la presenza di altre due complementari forme di sapienza: quella filosofica,
che si fonda sulla capacità che l'intelletto ha, entro i limiti che gli sono
connaturali, di indagare la realtà; e quella teologica, che si fonda
sulla Rivelazione ed esamina i contenuti della fede, raggiungendo il mistero
stesso di Dio.
Intimamente
convinto che « omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est »,(50)
san Tommaso amò in maniera disinteressata la verità. Egli la cercò dovunque essa
si potesse manifestare, evidenziando al massimo la sua universalità. In lui, il
Magistero della Chiesa ha visto ed apprezzato la passione per la verità; il suo
pensiero, proprio perché si mantenne sempre nell'orizzonte della verità
universale, oggettiva e trascendente, raggiunse « vette che l'intelligenza umana
non avrebbe mai potuto pensare ».(51) Con ragione, quindi, egli può essere
definito « apostolo della verità ».(52) Proprio perché alla verità mirava senza
riserve, nel suo realismo egli seppe riconoscerne l'oggettività. La sua è
veramente la filosofia dell'essere e non del semplice apparire.
Il
dramma della separazione tra fede e ragione
45. Con il
sorgere delle prime università, la teologia veniva a confrontarsi più
direttamente con altre forme della ricerca e del sapere scientifico. Sant'Alberto
Magno e san Tommaso, pur mantenendo un legame organico tra la teologia e la
filosofia, furono i primi a riconoscere la necessaria autonomia di cui la
filosofia e le scienze avevano bisogno, per applicarsi efficacemente ai
rispettivi campi di ricerca. A partire dal tardo Medio Evo, tuttavia, la
legittima distinzione tra i due saperi si trasformò progressivamente in una
nefasta separazione. A seguito di un eccessivo spirito razionalista, presente in
alcuni pensatori, si radicalizzarono le posizioni, giungendo di fatto a una
filosofia separata e assolutamente autonoma nei confronti dei contenuti della
fede. Tra le altre conseguenze di tale separazione vi fu anche quella di una
diffidenza sempre più forte nei confronti della stessa ragione. Alcuni
iniziarono a professare una sfiducia generale, scettica e agnostica, o per
riservare più spazio alla fede o per screditarne ogni possibile riferimento
razionale.
Insomma, ciò
che il pensiero patristico e medievale aveva concepito e attuato come unità
profonda, generatrice di una conoscenza capace di arrivare alle forme più alte
della speculazione, venne di fatto distrutto dai sistemi che sposarono la causa
di una conoscenza razionale separata dalla fede e alternativa ad essa.
46. Le
radicalizzazioni più influenti sono note e ben visibili, soprattutto nella
storia dell'Occidente. Non è esagerato affermare che buona parte del pensiero
filosofico moderno si è sviluppato allontanandosi progressivamente dalla
Rivelazione cristiana, fino a raggiungere contrapposizioni esplicite. Nel secolo
scorso, questo movimento ha toccato il suo apogeo. Alcuni rappresentanti
dell'idealismo hanno cercato in diversi modi di trasformare la fede e i suoi
contenuti, perfino il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo, in
strutture dialettiche razionalmente concepibili. A questo pensiero si sono
opposte diverse forme di umanesimo ateo, elaborate filosoficamente, che hanno
prospettato la fede come dannosa e alienante per lo sviluppo della piena
razionalità. Non hanno avuto timore di presentarsi come nuove religioni formando
la base di progetti che, sul piano politico e sociale, sono sfociati in sistemi
totalitari traumatici per l'umanità.
Nell'ambito
della ricerca scientifica si è venuta imponendo una mentalità positivista che
non soltanto si è allontanata da ogni riferimento alla visione cristiana del
mondo, ma ha anche, e soprattutto, lasciato cadere ogni richiamo alla visione
metafisica e morale. La conseguenza di ciò è che certi scienziati, privi di ogni
riferimento etico, rischiano di non avere più al centro del loro interesse la
persona e la globalità della sua vita. Di più: alcuni di essi, consapevoli delle
potenzialità insite nel progresso tecnologico, sembrano cedere, oltre che alla
logica del mercato, alla tentazione di un potere demiurgico sulla natura e sullo
stesso essere umano.
Come
conseguenza della crisi del razionalismo ha preso corpo, infine, il
nichilismo. Quale filosofia del nulla, esso riesce ad esercitare un suo
fascino sui nostri contemporanei. I suoi seguaci teorizzano la ricerca come fine
a se stessa, senza speranza né possibilità alcuna di raggiungere la meta della
verità. Nell'interpretazione nichilista, l'esistenza è solo un'opportunità per
sensazioni ed esperienze in cui l'effimero ha il primato. Il nichilismo è
all'origine di quella diffusa mentalità secondo cui non si deve assumere più
nessun impegno definitivo, perché tutto è fugace e provvisorio.
47. Non è da
dimenticare, d'altra parte, che nella cultura moderna è venuto a cambiare il
ruolo stesso della filosofia. Da saggezza e sapere universale, essa si è ridotta
progressivamente a una delle tante province del sapere umano; per alcuni
aspetti, anzi, è stata limitata a un ruolo del tutto marginale. Altre forme di
razionalità si sono nel frattempo affermate con sempre maggior rilievo, ponendo
in evidenza la marginalità del sapere filosofico. Invece che verso la
contemplazione della verità e la ricerca del fine ultimo e del senso della vita,
queste forme di razionalità sono orientate — o almeno orientabili — come «
ragione strumentale » al servizio di fini utilitaristici, di fruizione o di
potere.
Quanto sia
pericoloso assolutizzare questa strada l'ho fatto osservare fin dalla mia prima
Lettera enciclica quando scrivevo: « L'uomo di oggi sembra essere sempre
minacciato da ciò che produce, cioè dal risultato del lavoro delle sue mani e,
ancor più, del lavoro del suo intelletto, delle tendenze della sua volontà. I
frutti di questa multiforme attività dell'uomo, troppo presto e in modo spesso
imprevedibile, sono non soltanto e non tanto oggetto di 'alienazione', nel senso
che vengono semplicemente tolti a colui che li ha prodotti; quanto, almeno
parzialmente, in una cerchia conseguente e indiretta dei loro effetti, questi
frutti si rivolgono contro l'uomo stesso. Essi sono, infatti, diretti, o possono
essere diretti contro di lui. In questo sembra consistere l'atto principale del
dramma dell'esistenza umana contemporanea, nella sua più larga e universale
dimensione. L'uomo, pertanto, vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi
prodotti, naturalmente non tutti e non nella maggior parte, ma alcuni e proprio
quelli che contengono una speciale porzione della sua genialità e della sua
iniziativa, possano essere rivolti in modo radicale contro lui stesso ».(53)
Sulla scia di
queste trasformazioni culturali, alcuni filosofi, abbandonando la ricerca della
verità per se stessa, hanno assunto come loro unico scopo il raggiungimento
della certezza soggettiva o dell'utilità pratica. Conseguenza di ciò è stato
l'offuscamento della vera dignità della ragione, non più messa nella condizione
di conoscere il vero e di ricercare l'assoluto.
48. Ciò che
emerge da questo ultimo scorcio di storia della filosofia è, dunque, la
constatazione di una progressiva separazione tra la fede e la ragione
filosofica. E ben vero che, ad una attenta osservazione, anche nella riflessione
filosofica di coloro che contribuirono ad allargare la distanza tra fede e
ragione si manifestano talvolta germi preziosi di pensiero, che, se approfonditi
e sviluppati con rettitudine di mente e di cuore, possono far scoprire il
cammino della verità. Questi germi di pensiero si trovano, ad esempio, nelle
approfondite analisi sulla percezione e l'esperienza, sull'immaginario e
l'inconscio, sulla personalità e l'intersoggettività, sulla libertà ed i valori,
sul tempo e la storia. Anche il tema della morte può diventare severo richiamo,
per ogni pensatore, a ricercare dentro di sé il senso autentico della propria
esistenza. Questo tuttavia non toglie che l'attuale rapporto tra fede e ragione
richieda un attento sforzo di discernimento, perché sia la ragione che la fede
si sono impoverite e sono divenute deboli l'una di fronte all'altra. La ragione,
privata dell'apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che
rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della
ragione, ha sottolineato il sentimento e l'esperienza, correndo il rischio di
non essere più una proposta universale. E illusorio pensare che la fede, dinanzi
a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel
grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione. Alla stessa stregua,
una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo
sguardo sulla novità e radicalità dell'essere.
Non sembri
fuori luogo, pertanto, il mio richiamo forte e incisivo, perché la fede e la
filosofia recuperino l'unità profonda che le rende capaci di essere coerenti con
la loro natura nel rispetto della reciproca autonomia. Alla parresia
della fede deve corrispondere l'audacia della ragione.