CAPITOLO V
GLI
INTERVENTI DEL MAGISTERO IN MATERIA FILOSOFICA
Il discernimento del Magistero come diaconia alla verità
49. La Chiesa
non propone una propria filosofia né canonizza una qualsiasi filosofia
particolare a scapito di altre.(54) La ragione profonda di questa riservatezza
sta nel fatto che la filosofia, anche quando entra in rapporto con la teologia,
deve procedere secondo i suoi metodi e le sue regole; non vi sarebbe altrimenti
garanzia che essa rimanga orientata verso la verità e ad essa tenda con un
processo razionalmente controllabile. Di poco aiuto sarebbe una filosofia che
non procedesse alla luce della ragione secondo propri principi e specifiche
metodologie. In fondo, la radice della autonomia di cui gode la filosofia è da
individuare nel fatto che la ragione è per sua natura orientata alla verità ed è
inoltre in se stessa fornita dei mezzi necessari per raggiungerla. Una filosofia
consapevole di questo suo « statuto costitutivo » non può non rispettare anche
le esigenze e le evidenze proprie della verità rivelata.
La storia,
tuttavia, ha mostrato le deviazioni e gli errori in cui non di rado il pensiero
filosofico, soprattutto moderno, è incorso. Non è compito né competenza del
Magistero intervenire per colmare le lacune di un discorso filosofico carente. E
suo obbligo, invece, reagire in maniera chiara e forte quando tesi filosofiche
discutibili minacciano la retta comprensione del dato rivelato e quando si
diffondono teorie false e di parte che seminano gravi errori, confondendo la
semplicità e la purezza della fede del popolo di Dio.
50. Il
Magistero ecclesiastico, quindi, può e deve esercitare autoritativamente, alla
luce della fede, il proprio discernimento critico nei confronti delle filosofie
e delle affermazioni che si scontrano con la dottrina cristiana.(55) Al
Magistero spetta di indicare, anzitutto, quali presupposti e conclusioni
filosofiche sarebbero incompatibili con la verità rivelata, formulando con ciò
stesso le esigenze che si impongono alla filosofia dal punto di vista della
fede. Nello sviluppo del sapere filosofico, inoltre, sono sorte diverse scuole
di pensiero. Anche questo pluralismo pone il Magistero di fronte alla
responsabilità di esprimere il suo giudizio circa la compatibilità o meno delle
concezioni di fondo, a cui queste scuole si attengono, con le esigenze proprie
della Parola di Dio e della riflessione teologica.
La Chiesa ha
il dovere di indicare ciò che in un sistema filosofico può risultare
incompatibile con la sua fede. Molti contenuti filosofici, infatti, quali i temi
di Dio, dell'uomo, della sua libertà e del suo agire etico, la chiamano in causa
direttamente, perché toccano la verità rivelata che essa custodisce. Quando
esercitiamo questo discernimento, noi Vescovi abbiamo il compito di essere «
testimoni della verità » nell'adempimento di una diaconia umile ma tenace, quale
ogni filosofo dovrebbe apprezzare, a vantaggio della recta ratio, ossia della
ragione che riflette correttamente sul vero.
51. Questo
discernimento, comunque, non deve essere inteso primariamente in forma negativa,
come se intenzione del Magistero fosse di eliminare o ridurre ogni possibile
mediazione. Al contrario, i suoi interventi sono tesi in primo luogo a
provocare, promuovere e incoraggiare il pensiero filosofico. I filosofi per
primi, d'altronde, comprendono l'esigenza dell'autocritica, della correzione di
eventuali errori e la necessità di oltrepassare i limiti troppo ristretti in cui
la loro riflessione è concepita. Si deve considerare, in modo particolare, che
una è la verità, benché le sue espressioni portino l'impronta della storia e,
per di più, siano opera di una ragione umana ferita e indebolita dal peccato. Da
ciò risulta che nessuna forma storica della filosofia può legittimamente
pretendere di abbracciare la totalità della verità, né di essere la spiegazione
piena dell'essere umano, del mondo e del rapporto dell'uomo con Dio.
Oggi poi, col
moltiplicarsi dei sistemi, dei metodi, dei concetti e argomenti filosofici,
spesso estremamente particolareggiati, un discernimento critico alla luce della
fede si impone con maggiore urgenza. Discernimento non facile, perché se è già
laborioso riconoscere le capacità congenite e inalienabili della ragione, con i
suoi limiti costitutivi e storici, ancora più problematico qualche volta può
risultare il discernimento, nelle singole proposte filosofiche, di ciò che, dal
punto di vista della fede, esse offrono di valido e di fecondo rispetto a ciò
che, invece, presentano di erroneo o di pericoloso. La Chiesa, comunque, sa che
i « tesori della sapienza e della scienza » sono nascosti in Cristo (Col
2, 3); per questo interviene stimolando la riflessione filosofica, perché non si
precluda la strada che conduce al riconoscimento del mistero.
52. Non è
solo di recente che il Magistero della Chiesa è intervenuto per manifestare il
suo pensiero nei confronti di determinate dottrine filosofiche. A titolo
esemplificativo basti ricordare, nel corso dei secoli, i pronunciamenti circa le
teorie che sostenevano la preesistenza delle anime,(56) come pure circa le
diverse forme di idolatria e di esoterismo superstizioso, contenute in tesi
astrologiche; (57) per non dimenticare i testi più sistematici contro alcune
tesi dell'averroismo latino, incompatibili con la fede cristiana.(58)
Se la parola
del Magistero si è fatta udire più spesso a partire dalla metà del secolo scorso
è perché in quel periodo non pochi cattolici sentirono il dovere di opporre una
loro filosofia alle varie correnti del pensiero moderno. A questo punto,
diventava obbligatorio per il Magistero della Chiesa vegliare perché queste
filosofie non deviassero, a loro volta, in forme erronee e negative. Furono così
censurati simmetricamente: da una parte, il fideismo (59) e il
tradizionalismo radicale,(60) per la loro sfiducia nelle capacità naturali
della ragione; dall'altra parte, il razionalismo (61) e l'ontologismo,(62)
perché attribuivano alla ragione naturale ciò che è conoscibile solo alla luce
della fede. I contenuti positivi di questo dibattito furono formalizzati nella
Costituzione dogmatica Dei Filius, con la quale per la prima volta un
Concilio ecumenico, il Vaticano I, interveniva in maniera solenne sui rapporti
tra ragione e fede. L'insegnamento contenuto in quel testo caratterizzò
fortemente e in maniera positiva la ricerca filosofica di molti credenti e
costituisce ancora oggi un punto di riferimento normativo per una corretta e
coerente riflessione cristiana in questo particolare ambito.
53. Più che
di singole tesi filosofiche, i pronunciamenti del Magistero si sono occupati
della necessità della conoscenza razionale e, dunque, ultimamente filosofica per
l'intelligenza della fede. Il Concilio Vaticano I, sintetizzando e riaffermando
in modo solenne gli insegnamenti che in maniera ordinaria e costante il
Magistero pontificio aveva proposto per i fedeli, mise in evidenza quanto
fossero inseparabili e insieme irriducibili la conoscenza naturale di Dio e la
Rivelazione, la ragione e la fede. Il Concilio partiva dall'esigenza
fondamentale, presupposta dalla Rivelazione stessa, della conoscibilità naturale
dell'esistenza di Dio, principio e fine di ogni cosa,(63) e concludeva con
l'asserzione solenne già citata: « esistono due ordini di conoscenza, distinti
non solo per il loro principio, ma anche per il loro oggetto ».(64) Bisognava
affermare, dunque, contro ogni forma di razionalismo, la distinzione dei misteri
della fede dai ritrovati filosofici e la trascendenza e precedenza di quelli
rispetto a questi; d'altra parte, contro le tentazioni fideistiche, era
necessario che si ribadisse l'unità della verità e, quindi, anche l'apporto
positivo che la conoscenza razionale può e deve dare alla conoscenza di fede: «
Ma anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà mai essere una vera
divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio, che rivela i misteri e
comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione,
questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero ».(65)
54. Anche nel
nostro secolo, il Magistero è ritornato più volte sull'argomento mettendo in
guardia contro la tentazione razionalistica. E su questo scenario che si devono
collocare gli interventi del Papa san Pio X, il quale rilevava come alla base
del modernismo vi fossero asserti filosofici di indirizzo fenomenista, agnostico
e immanentista.(66) Non si può neppure dimenticare l'importanza che ebbe il
rifiuto cattolico della filosofia marxista e del comunismo ateo.(67)
Successivamente, il Papa Pio XII fece sentire la sua voce quando, nella Lettera
enciclica Humani generis, mise in guardia contro interpretazioni erronee,
collegate con le tesi dell'evoluzionismo, dell'esistenzialismo e dello
storicismo. Egli precisava che queste tesi erano state elaborate e venivano
proposte non da teologi, avendo la loro origine « fuori dall'ovile di Cristo »;
(68) aggiungeva, comunque, che tali deviazioni non erano semplicemente da
rigettare, ma da esaminare criticamente: « Ora queste tendenze, che più o meno
deviano dalla retta strada, non possono essere ignorate o trascurate dai
filosofi o dai teologi cattolici, che hanno il grave compito di difendere la
verità divina ed umana e di farla penetrare nelle menti degli uomini. Anzi, essi
devono conoscere bene queste opinioni, sia perché le malattie non si possono
curare se prima non sono ben conosciute, sia perché qualche volta nelle stesse
false affermazioni si nasconde un po' di verità, sia, infine, perché gli stessi
errori spingono la mente nostra a investigare e a scrutare con più diligenza
alcune verità sia filosofiche sia teologiche ».(69)
Da ultimo,
anche la Congregazione per la Dottrina della Fede, in adempimento del suo
specifico compito a servizio del magistero universale del Romano Pontefice,(70)
ha dovuto intervenire per ribadire il pericolo che comporta l'assunzione
acritica, da parte di alcuni teologi della liberazione, di tesi e metodologie
derivanti dal marxismo.(71)
Nel passato
il Magistero ha dunque esercitato ripetutamente e sotto diverse modalità il
discernimento in materia filosofica. Quanto i miei Venerati Predecessori hanno
apportato costituisce un prezioso contributo che non può essere dimenticato.
55. Se
guardiamo alla nostra condizione odierna, vediamo che i problemi di un tempo
ritornano, ma con peculiarità nuove. Non si tratta più solamente di questioni
che interessano singole persone o gruppi, ma di convinzioni diffuse
nell'ambiente al punto da divenire in qualche misura mentalità comune. Tale è,
ad esempio, la radicale sfiducia nella ragione che rivelano i più recenti
sviluppi di molti studi filosofici. Da più parti si è sentito parlare, a questo
riguardo, di « fine della metafisica »: si vuole che la filosofia si accontenti
di compiti più modesti, quali la sola interpretazione del fattuale o la sola
indagine su campi determinati del sapere umano o sulle sue strutture.
Nella stessa
teologia tornano ad affacciarsi le tentazioni di un tempo. In alcune teologie
contemporanee, ad esempio, si fa nuovamente strada un certo razionalismo,
soprattutto quando asserti ritenuti filosoficamente fondati sono assunti come
normativi per la ricerca teologica. Ciò accade soprattutto quando il teologo,
per mancanza di competenza filosofica, si lascia condizionare in modo acritico
da affermazioni entrate ormai nel linguaggio e nella cultura corrente, ma prive
di sufficiente base razionale.(72)
Non mancano
neppure pericolosi ripiegamenti sul fideismo, che non riconosce
l'importanza della conoscenza razionale e del discorso filosofico per
l'intelligenza della fede, anzi per la stessa possibilità di credere in Dio.
Un'espressione oggi diffusa di tale tendenza fideistica è il « biblicismo », che
tende a fare della lettura della Sacra Scrittura o della sua esegesi l'unico
punto di riferimento veritativo. Accade così che si identifichi la parola di Dio
con la sola Sacra Scrittura, vanificando in tal modo la dottrina della Chiesa
che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ribadito espressamente. La Costituzione
Dei Verbum, dopo aver ricordato che la parola di Dio è presente sia nei
testi sacri che nella Tradizione,(73) afferma con forza: « La Sacra Tradizione e
la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio
affidato alla Chiesa. Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi
Pastori, persevera costantemente nell'insegnamento degli Apostoli ».(74) La
Sacra Scrittura, pertanto, non è il solo riferimento per la Chiesa. La « regola
suprema della propria fede »,(75) infatti, le proviene dall'unità che lo Spirito
ha posto tra la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa
in una reciprocità tale per cui i tre non possono sussistere in maniera
indipendente.(76)
Non è da
sottovalutare, inoltre, il pericolo insito nel voler derivare la verità della
Sacra Scrittura dall'applicazione di una sola metodologia, dimenticando la
necessità di una esegesi più ampia che consenta di accedere, insieme con tutta
la Chiesa, al senso pieno dei testi. Quanti si dedicano allo studio delle Sacre
Scritture devono sempre tener presente che le diverse metodologie ermeneutiche
hanno anch'esse alla base una concezione filosofica: occorre vagliarla con
discernimento prima di applicarla ai testi sacri.
Altre forme
di latente fideismo sono riconoscibili nella poca considerazione che viene
riservata alla teologia speculativa, come pure nel disprezzo per la filosofia
classica, alle cui nozioni sia l'intelligenza della fede sia le stesse
formulazioni dogmatiche hanno attinto i loro termini. Il Papa Pio XII, di
venerata memoria, ha messo in guardia contro tale oblio della tradizione
filosofica e contro l'abbandono delle terminologie tradizionali.(77)
56. Si nota,
insomma, una diffusa diffidenza verso gli asserti globali e assoluti,
soprattutto da parte di chi ritiene che la verità sia il risultato del consenso
e non dell'adeguamento dell'intelletto alla realtà oggettiva. E certo
comprensibile che, in un mondo suddiviso in molti campi specialistici, diventi
difficile riconoscere quel senso totale e ultimo della vita che la filosofia
tradizionalmente ha cercato. Nondimeno alla luce della fede che riconosce in
Gesù Cristo tale senso ultimo, non posso non incoraggiare i filosofi, cristiani
o meno, ad avere fiducia nelle capacità della ragione umana e a non prefiggersi
mete troppo modeste nel loro filosofare. La lezione della storia di questo
millennio, che stiamo per concludere, testimonia che questa è la strada da
seguire: bisogna non perdere la passione per la verità ultima e l'ansia per la
ricerca, unite all'audacia di scoprire nuovi percorsi. E la fede che provoca la
ragione a uscire da ogni isolamento e a rischiare volentieri per tutto ciò che è
bello, buono e vero. La fede si fa così avvocato convinto e convincente della
ragione.
L'interesse della Chiesa per la filosofia
57. Il
Magistero, comunque, non si è limitato solo a rilevare gli errori e le
deviazioni delle dottrine filosofiche. Con altrettanta attenzione ha voluto
ribadire i principi fondamentali per un genuino rinnovamento del pensiero
filosofico, indicando anche concreti percorsi da seguire. In questo senso, il
Papa Leone XIII con la sua Lettera enciclica Æterni Patris compì un passo
di autentica portata storica per la vita della Chiesa. Quel testo è stato, fino
ad oggi, l'unico documento pontificio di quel livello dedicato interamente alla
filosofia. Il grande Pontefice riprese e sviluppò l'insegnamento del Concilio
Vaticano I sul rapporto tra fede e ragione, mostrando come il pensare filosofico
sia un contributo fondamentale per la fede e la scienza teologica.(78) A più di
un secolo di distanza, molte indicazioni contenute in quel testo non hanno
perduto nulla del loro interesse dal punto di vista sia pratico che pedagogico;
primo fra tutti, quello relativo all'incomparabile valore della filosofia di san
Tommaso. La riproposizione del pensiero del Dottore Angelico appariva a Papa
Leone XIII come la strada migliore per ricuperare un uso della filosofia
conforme alle esigenze della fede. San Tommaso, egli scriveva, « nel momento
stesso in cui, come conviene, distingue perfettamente la fede dalla ragione, le
unisce ambedue con legami di amicizia reciproca: conserva ad ognuna i propri
diritti e ne salvaguarda la dignità ».(79)
58. Si sa
quante felici conseguenze abbia avuto quell'invito pontificio. Gli studi sul
pensiero di san Tommaso e di altri autori scolastici ricevettero nuovo slancio.
Fu dato vigoroso impulso agli studi storici, con la conseguente riscoperta delle
ricchezze del pensiero medievale, fino a quel momento largamente sconosciute, e
si costituirono nuove scuole tomistiche. Con l'applicazione della metodologia
storica, la conoscenza dell'opera di san Tommaso fece grandi progressi e
numerosi furono gli studiosi che con coraggio introdussero la tradizione tomista
nelle discussioni sui problemi filosofici e teologici di quel momento. I teologi
cattolici più influenti di questo secolo, alla cui riflessione e ricerca molto
deve il Concilio Vaticano II, sono figli di tale rinnovamento della filosofia
tomista. La Chiesa ha potuto così disporre, nel corso del XX secolo, di una
vigorosa schiera di pensatori formati alla scuola dell'Angelico Dottore.
59. Il
rinnovamento tomista e neotomista, comunque, non è stato l'unico segno di
ripresa del pensiero filosofico nella cultura di ispirazione cristiana. Già
prima, e in parallelo con l'invito leoniano, erano emersi non pochi filosofi
cattolici che, ricollegandosi a correnti di pensiero più recenti, secondo una
propria metodologia, avevano prodotto opere filosofiche di grande influsso e di
valore durevole. Ci fu chi organizzò sintesi di così alto profilo che nulla
hanno da invidiare ai grandi sistemi dell'idealismo; chi, inoltre, pose le basi
epistemologiche per una nuova trattazione della fede alla luce di una rinnovata
comprensione della coscienza morale; chi, ancora, produsse una filosofia che,
partendo dall'analisi dell'immanenza, apriva il cammino verso il trascendente; e
chi, infine, tentò di coniugare le esigenze della fede nell'orizzonte della
metodologia fenomenologica. Da diverse prospettive, insomma, si è continuato a
produrre forme di speculazione filosofica che hanno inteso mantenere viva la
grande tradizione del pensiero cristiano nell'unità di fede e ragione.
60. Il
Concilio Ecumenico Vaticano II, per parte sua, presenta un insegnamento molto
ricco e fecondo nei confronti della filosofia. Non posso dimenticare,
soprattutto nel contesto di questa Lettera enciclica, che un intero capitolo
della Costituzione Gaudium et spes costituisce quasi un compendio di
antropologia biblica, fonte di ispirazione anche per la filosofia. In quelle
pagine si tratta del valore della persona umana creata a immagine di Dio, si
motiva la sua dignità e superiorità sul resto del creato e si mostra la capacità
trascendente della sua ragione.(80) Anche il problema dell'ateismo viene
considerato nella Gaudium et spes e ben si motivano gli errori di quella
visione filosofica, soprattutto nei confronti dell'inalienabile dignità della
persona e della sua libertà.(81) Certamente possiede anche un profondo
significato filosofico l'espressione culminante di quelle pagine, che ho ripreso
nella mia prima Lettera enciclica Redemptor hominis e che costituisce uno
dei punti di riferimento costante del mio insegnamento: « In realtà solamente
nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Adamo,
infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore.
Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo
amore svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima
vocazione ».(82)
Il Concilio
si è occupato anche dello studio della filosofia, a cui devono dedicarsi i
candidati al sacerdozio; sono raccomandazioni estensibili più in generale
all'insegnamento cristiano nel suo insieme. Afferma il Concilio: « Le discipline
filosofiche si insegnino in maniera che gli alunni siano anzitutto guidati
all'acquisto di una solida e armonica conoscenza dell'uomo, del mondo e di Dio,
basandosi sul patrimonio filosofico perennemente valido, tenuto conto anche
delle correnti filosofiche moderne ».(83)
Queste
direttive sono state a più riprese ribadite e specificate in altri documenti
magisteriali con lo scopo di garantire una solida formazione filosofica,
soprattutto per coloro che si preparano agli studi teologici. Da parte mia, più
volte ho sottolineato l'importanza di questa formazione filosofica per quanti
dovranno un giorno, nella vita pastorale, confrontarsi con le istanze del mondo
contemporaneo e cogliere le cause di alcuni comportamenti per darvi pronta
risposta.(84)
61. Se in
diverse circostanze è stato necessario intervenire su questo tema, ribadendo
anche il valore delle intuizioni del Dottore Angelico e insistendo per
l'acquisizione del suo pensiero, ciò è dipeso dal fatto che le direttive del
Magistero non sono state sempre osservate con la desiderabile disponibilità. In
molte scuole cattoliche, negli anni che seguirono il Concilio Vaticano II, si è
potuto osservare, in materia, un certo decadimento dovuto ad una minore stima,
non solo della filosofia scolastica, ma più in generale dello stesso studio
della filosofia. Con meraviglia e dispiacere devo costatare che non pochi
teologi condividono questo disinteresse per lo studio della filosofia.
Diverse sono
le ragioni che stanno alla base di questa disaffezione. In primo luogo, è da
registrare la sfiducia nella ragione che gran parte della filosofia
contemporanea manifesta, abbandonando largamente la ricerca metafisica sulle
domande ultime dell'uomo, per concentrare la propria attenzione su problemi
particolari e regionali, talvolta anche puramente formali. Si deve aggiungere,
inoltre, il fraintendimento che si è creato soprattutto in rapporto alle «
scienze umane ». Il Concilio Vaticano II ha più volte ribadito il valore
positivo della ricerca scientifica in ordine a una conoscenza più profonda del
mistero dell'uomo.(85) L'invito fatto ai teologi perché conoscano queste scienze
e, all'occorrenza, le applichino correttamente nella loro indagine non deve,
tuttavia, essere interpretato come un'implicita autorizzazione ad emarginare la
filosofia o a sostituirla nella formazione pastorale e nella praeparatio
fidei. Non si può dimenticare, infine, il ritrovato interesse per l'inculturazione
della fede. In modo particolare la vita delle giovani Chiese ha permesso di
scoprire, accanto ad elevate forme di pensiero, la presenza di molteplici
espressioni di saggezza popolare. Ciò costituisce un reale patrimonio di cultura
e di tradizioni. Lo studio, tuttavia, delle usanze tradizionali deve andare di
pari passo con la ricerca filosofica. Sarà questa a permettere di far emergere i
tratti positivi della saggezza popolare, creando il necessario collegamento con
l'annuncio del Vangelo.(86)
62. Desidero
ribadire con vigore che lo studio della filosofia riveste un carattere
fondamentale e ineliminabile nella struttura degli studi teologici e nella
formazione dei candidati al sacerdozio. Non è un caso che il curriculum
di studi teologici sia preceduto da un periodo di tempo nel quale è previsto uno
speciale impegno nello studio della filosofia. Questa scelta, confermata dal
Concilio Lateranense V,(87) affonda le sue radici nell'esperienza maturata
durante il Medio Evo, quando è stata posta in evidenza l'importanza di una
costruttiva armonia tra il sapere filosofico e quello teologico. Questo
ordinamento degli studi ha influenzato, facilitato e promosso, anche se in
maniera indiretta, una buona parte dello sviluppo della filosofia moderna. Un
esempio significativo è dato dall'influsso esercitato dalle Disputationes
metaphysicae di Francesco Suárez, le quali trovavano spazio perfino nelle
università luterane tedesche. Il venire meno di questa metodologia, invece, fu
causa di gravi carenze sia nella formazione sacerdotale che nella ricerca
teologica. Si consideri, ad esempio, la disattenzione nei confronti del pensiero
e della cultura moderna, che ha portato alla chiusura ad ogni forma di dialogo o
alla indiscriminata accoglienza di ogni filosofia.
Confido
vivamente che queste difficoltà siano superate da un'intelligente formazione
filosofica e teologica, che non deve mai venire meno nella Chiesa.
63. In forza
delle ragioni espresse, mi è sembrato urgente ribadire, con questa Lettera
enciclica, il forte interesse che la Chiesa dedica alla filosofia; anzi, il
legame intimo che unisce il lavoro teologico alla ricerca filosofica della
verità. Di qui deriva il dovere che il Magistero ha di discernere e stimolare un
pensiero filosofico che non sia in dissonanza con la fede. Mio compito è di
proporre alcuni principi e punti di riferimento che ritengo necessari per poter
instaurare una relazione armoniosa ed efficace tra la teologia e la filosofia.
Alla loro luce sarà possibile discernere con maggior chiarezza se e quale
rapporto la teologia debba intraprendere con i diversi sistemi o asserti
filosofici, che il mondo attuale presenta.