CAPITOLO VII
ESIGENZE E COMPITI ATTUALI
80. La Sacra
Scrittura contiene, in maniera sia esplicita che implicita, una serie di
elementi che consentono di raggiungere una visione dell'uomo e del mondo di
notevole spessore filosofico. I cristiani hanno preso progressivamente coscienza
della ricchezza racchiusa in quelle pagine sacre. Da esse risulta che la realtà
di cui facciamo esperienza non è l'assoluto: non è increata, né si è
autogenerata. Dio soltanto è l'Assoluto. Dalle pagine della Bibbia emerge
inoltre una visione dell'uomo come imago Dei, che contiene precise
indicazioni circa il suo essere, la sua libertà e l'immortalità del suo spirito.
Non essendo il mondo creato autosufficiente, ogni illusione di autonomia, che
ignori la essenziale dipendenza da Dio di ogni creatura — uomo compreso — porta
a drammi che distruggono la ricerca razionale dell'armonia e del senso
dell'esistenza umana.
Anche il
problema del male morale — la forma di male più tragica — è affrontato nella
Bibbia, la quale ci dice che esso non è riconducibile ad una qualche deficienza
dovuta alla materia, ma è una ferita che proviene dall'esprimersi disordinato
della libertà umana. La parola di Dio, infine, prospetta il problema del senso
dell'esistenza e rivela la sua risposta indirizzando l'uomo a Gesù Cristo, il
Verbo di Dio incarnato, che realizza in pienezza l'esistenza umana. Altri
aspetti si potrebbero esplicitare dalla lettura del testo sacro; ciò che emerge,
comunque, è il rifiuto di ogni forma di relativismo, di materialismo, di
panteismo.
La
convinzione fondamentale di questa « filosofia » racchiusa nella Bibbia è che la
vita umana e il mondo hanno un senso e sono diretti verso il loro compimento,
che si attua in Gesù Cristo. Il mistero dell'Incarnazione resterà sempre il
centro a cui riferirsi per poter comprendere l'enigma dell'esistenza umana, del
mondo creato e di Dio stesso. In questo mistero le sfide per la filosofia si
fanno estreme, perché la ragione è chiamata a far sua una logica che abbatte le
barriere in cui essa stessa rischia di rinchiudersi. Solo qui, però, il senso
dell'esistenza raggiunge il suo culmine. Si rende intelligibile, infatti,
l'intima essenza di Dio e dell'uomo: nel mistero del Verbo incarnato, natura
divina e natura umana, con la rispettiva autonomia, vengono salvaguardate e
insieme si manifesta il vincolo unico che le pone in reciproco rapporto senza
confusione
81. E da
osservare che uno dei dati più rilevanti della nostra condizione attuale
consiste nella « crisi del senso ». I punti di vista, spesso di carattere
scientifico, sulla vita e sul mondo si sono talmente moltiplicati che, di fatto,
assistiamo all'affermarsi del fenomeno della frammentarietà del sapere. Proprio
questo rende difficile e spesso vana la ricerca di un senso. Anzi — cosa anche
più drammatica — in questo groviglio di dati e di fatti tra cui si vive e che
sembrano costituire la trama stessa dell'esistenza, non pochi si chiedono se
abbia ancora senso porsi una domanda sul senso. La pluralità delle teorie che si
contendono la risposta, o i diversi modi di vedere e di interpretare il mondo e
la vita dell'uomo, non fanno che acuire questo dubbio radicale, che facilmente
sfocia in uno stato di scetticismo e di indifferenza o nelle diverse espressioni
del nichilismo.
La
conseguenza di ciò è che spesso lo spirito umano è occupato da una forma di
pensiero ambiguo, che lo porta a rinchiudersi ancora di più in se stesso, entro
i limiti della propria immanenza, senza alcun riferimento al trascendente. Una
filosofia priva della domanda sul senso dell'esistenza incorrerebbe nel grave
pericolo di degradare la ragione a funzioni soltanto strumentali, senza alcuna
autentica passione per la ricerca della verità.
Per essere in
consonanza con la parola di Dio è necessario, anzitutto, che la filosofia
ritrovi la sua dimensione sapienziale di ricerca del senso ultimo e
globale della vita. Questa prima esigenza, a ben guardare, costituisce per la
filosofia uno stimolo utilissimo ad adeguarsi alla sua stessa natura. Ciò
facendo, infatti, essa non sarà soltanto l'istanza critica decisiva, che indica
alle varie parti del sapere scientifico la loro fondatezza e il loro limite, ma
si porrà anche come istanza ultima di unificazione del sapere e dell'agire
umano, inducendoli a convergere verso uno scopo ed un senso definitivi. Questa
dimensione sapienziale è oggi tanto più indispensabile in quanto l'immensa
crescita del potere tecnico dell'umanità richiede una rinnovata e acuta
coscienza dei valori ultimi. Se questi mezzi tecnici dovessero mancare
dell'ordinamento ad un fine non meramente utilitaristico, potrebbero presto
rivelarsi disumani, ed anzi trasformarsi in potenziali distruttori del genere
umano.(98)
La parola di
Dio rivela il fine ultimo dell'uomo e dà un senso globale al suo agire nel
mondo. E per questo che essa invita la filosofia ad impegnarsi nella ricerca del
fondamento naturale di questo senso, che è la religiosità costitutiva di ogni
persona. Una filosofia che volesse negare la possibilità di un senso ultimo e
globale sarebbe non soltanto inadeguata, ma erronea.
82. Questo
ruolo sapienziale non potrebbe, peraltro, essere svolto da una filosofia che non
fosse essa stessa un sapere autentico e vero, cioè rivolto non soltanto ad
aspetti particolari e relativi — siano essi funzionali, formali o utili — del
reale, ma alla sua verità totale e definitiva, ossia all'essere stesso
dell'oggetto di conoscenza. Ecco, dunque, una seconda esigenza: appurare la
capacità dell'uomo di giungere alla conoscenza della verità; una
conoscenza, peraltro, che attinga la verità oggettiva, mediante quella
adaequatio rei et intellectus a cui si riferiscono i Dottori della
Scolastica.(99) Questa esigenza, propria della fede, è stata esplicitamente
riaffermata dal Concilio Vaticano II: « L'intelligenza, infatti, non si
restringe all'ambito dei fenomeni soltanto, ma può conquistare la realtà
intelligibile con vera certezza, anche se, per conseguenza del peccato, si trova
in parte oscurata e debilitata ». (100)
Una filosofia
radicalmente fenomenista o relativista risulterebbe inadeguata a recare questo
aiuto nell'approfondimento della ricchezza contenuta nella parola di Dio. La
Sacra Scrittura, infatti, presuppone sempre che l'uomo, anche se colpevole di
doppiezza e di menzogna, sia capace di conoscere e di afferrare la verità
limpida e semplice. Nei Libri Sacri, e in particolare nel Nuovo Testamento, si
trovano testi e affermazioni di portata propriamente ontologica. Gli autori
ispirati, infatti, hanno inteso formulare affermazioni vere, tali cioè da
esprimere la realtà oggettiva. Non si può dire che la tradizione cattolica abbia
commesso un errore quando ha compreso alcuni testi di san Giovanni e di san
Paolo come affermazioni sull'essere stesso di Cristo. La teologia, quando si
applica a comprendere e spiegare queste affermazioni, ha bisogno pertanto
dell'apporto di una filosofia che non rinneghi la possibilità di una conoscenza
oggettivamente vera, per quanto sempre perfezionabile. Quanto detto vale anche
per i giudizi della coscienza morale, che la Sacra Scrittura suppone poter
essere oggettivamente veri. (101)
83. Le due
suddette esigenze ne comportano una terza: è necessaria una filosofia di portata
autenticamente metafisica, capace cioè di trascendere i dati empirici per
giungere, nella sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di
fondante. E un'esigenza, questa, implicita sia nella conoscenza a carattere
sapienziale che in quella a carattere analitico; in particolare, è un'esigenza
propria della conoscenza del bene morale, il cui fondamento ultimo è il Bene
sommo, Dio stesso. Non intendo qui parlare della metafisica come di una scuola
specifica o di una particolare corrente storica. Desidero solo affermare che la
realtà e la verità trascendono il fattuale e l'empirico, e voglio rivendicare la
capacità che l'uomo possiede di conoscere questa dimensione trascendente e
metafisica in modo vero e certo, benché imperfetto ed analogico. In questo
senso, la metafisica non va vista in alternativa all'antropologia, giacché è
proprio la metafisica che consente di dare fondamento al concetto di dignità
della persona in forza della sua condizione spirituale. La persona, in
particolare, costituisce un ambito privilegiato per l'incontro con l'essere e,
dunque, con la riflessione metafisica.
Ovunque
l'uomo scopre la presenza di un richiamo all'assoluto e al trascendente, lì gli
si apre uno spiraglio verso la dimensione metafisica del reale: nella verità,
nella bellezza, nei valori morali, nella persona altrui, nell'essere stesso, in
Dio. Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di
saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno
al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche
quando questa esprime e rende manifesta l'interiorità dell'uomo e la sua
spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza
spirituale e il fondamento che la sorregge. Un pensiero filosofico che
rifiutasse ogni apertura metafisica, pertanto, sarebbe radicalmente inadeguato a
svolgere una funzione mediatrice nella comprensione della Rivelazione.
La parola di
Dio fa continui riferimenti a ciò che oltrepassa l'esperienza e persino il
pensiero dell'uomo; ma questo « mistero » non potrebbe essere rivelato, né la
teologia potrebbe renderlo in qualche modo intelligibile, (102) se la conoscenza
umana fosse rigorosamente limitata al mondo dell'esperienza sensibile. La
metafisica, pertanto, si pone come mediazione privilegiata nella ricerca
teologica. Una teologia priva dell'orizzonte metafisico non riuscirebbe ad
approdare oltre l'analisi dell'esperienza religiosa e non permetterebbe all'intellectus
fidei di esprimere con coerenza il valore universale e trascendente della
verità rivelata.
Se tanto
insisto sulla componente metafisica, è perché sono convinto che questa è la
strada obbligata per superare la situazione di crisi che pervade oggi grandi
settori della filosofia e per correggere così alcuni comportamenti erronei
diffusi nella nostra società.
84.
L'importanza dell'istanza metafisica diventa ancora più evidente se si considera
lo sviluppo che oggi hanno le scienze ermeneutiche e le diverse analisi del
linguaggio. I risultati a cui questi studi giungono possono essere molto utili
per l'intelligenza della fede, in quanto rendono manifesti la struttura del
nostro pensare e parlare e il senso racchiuso nel linguaggio. Vi sono cultori di
tali scienze, però, che nelle loro indagini tendono ad arrestarsi al come si
comprende e come si dice la realtà, prescindendo dal verificare le possibilità
della ragione di scoprirne l'essenza. Come non vedere in tale atteggiamento una
conferma della crisi di fiducia, che il nostro tempo sta attraversando, circa le
capacità della ragione? Quando poi, in forza di assunti aprioristici, queste
tesi tendono ad offuscare i contenuti della fede o a negarne la validità
universale, allora non solo umiliano la ragione, ma si pongono da se stesse
fuori gioco. La fede, infatti, presuppone con chiarezza che il linguaggio umano
sia capace di esprimere in modo universale — anche se in termini analogici, ma
non per questo meno significativi — la realtà divina e trascendente. (103) Se
non fosse così, la parola di Dio, che è sempre parola divina in linguaggio
umano, non sarebbe capace di esprimere nulla su Dio. L'interpretazione di questa
Parola non può rimandarci soltanto da interpretazione a interpretazione, senza
mai portarci ad attingere un'affermazione semplicemente vera; altrimenti non vi
sarebbe rivelazione di Dio, ma soltanto l'espressione di concezioni umane su di
Lui e su ciò che presumibilmente Egli pensa di noi.
85. So bene
che queste esigenze, poste alla filosofia dalla parola di Dio, possono sembrare
ardue a molti che vivono l'odierna situazione della ricerca filosofica. Proprio
per questo, facendo mio ciò che i Sommi Pontefici da qualche generazione non
cessano di insegnare e che lo stesso Concilio Vaticano II ha ribadito, voglio
esprimere con forza la convinzione che l'uomo è capace di giungere a una visione
unitaria e organica del sapere. Questo è uno dei compiti di cui il pensiero
cristiano dovrà farsi carico nel corso del prossimo millennio dell'era
cristiana. La settorialità del sapere, in quanto comporta un approccio parziale
alla verità con la conseguente frammentazione del senso, impedisce l'unità
interiore dell'uomo contemporaneo. Come potrebbe la Chiesa non preoccuparsene?
Questo compito sapienziale deriva ai suoi Pastori direttamente dal Vangelo ed
essi non possono sottrarsi al dovere di perseguirlo.
Ritengo che
quanti oggi intendono rispondere come filosofi alle esigenze che la parola di
Dio pone al pensiero umano dovrebbero elaborare il loro discorso sulla base di
questi postulati e in coerente continuità con quella grande tradizione che,
iniziando con gli antichi, passa per i Padri della Chiesa e i maestri della
scolastica, per giungere fino a comprendere le acquisizioni fondamentali del
pensiero moderno e contemporaneo. Se saprà attingere a questa tradizione ed
ispirarsi ad essa, il filosofo non mancherà di mostrarsi fedele all'esigenza di
autonomia del pensare filosofico.
In questo
senso, è quanto mai significativo che, nel contesto attuale, alcuni filosofi si
facciano promotori della riscoperta del ruolo determinante della tradizione per
una corretta forma di conoscenza. Il richiamo alla tradizione, infatti, non è un
mero ricordo del passato; esso costituisce piuttosto il riconoscimento di un
patrimonio culturale che appartiene a tutta l'umanità. Si potrebbe, anzi, dire
che siamo noi ad appartenere alla tradizione e non possiamo disporre di essa
come vogliamo. Proprio questo affondare le radici nella tradizione è ciò che
permette a noi, oggi, di poter esprimere un pensiero originale, nuovo e
progettuale per il futuro. Questo stesso richiamo vale anche maggiormente per la
teologia. Non solo perché essa possiede la Tradizione viva della Chiesa come
fonte originaria, (104) ma anche perché, in forza di questo, deve essere capace
di recuperare sia la profonda tradizione teologica che ha segnato le epoche
precedenti, sia la tradizione perenne di quella filosofia che ha saputo superare
per la sua reale saggezza i confini dello spazio e del tempo.
86.
L'insistenza sulla necessità di uno stretto rapporto di continuità della
riflessione filosofica contemporanea con quella elaborata nella tradizione
cristiana intende prevenire il pericolo che si nasconde in alcune linee di
pensiero, oggi particolarmente diffuse. Anche se brevemente, ritengo opportuno
soffermarmi su di esse per rilevarne gli errori ed i conseguenti rischi per
l'attività filosofica.
La prima è
quella che va sotto il nome di eclettismo, termine col quale si designa
l'atteggiamento di chi, nella ricerca, nell'insegnamento e nell'argomentazione,
anche teologica, è solito assumere singole idee derivate da differenti
filosofie, senza badare né alla loro coerenza e connessione sistematica né al
loro inserimento storico. In questo modo, egli si pone in condizione di non
poter discernere la parte di verità di un pensiero da quello che vi può essere
di erroneo o di inadeguato. Una forma estrema di eclettismo è ravvisabile anche
nell'abuso retorico dei termini filosofici a cui a volte qualche teologo
s'abbandona. Una simile strumentalizzazione non serve alla ricerca della verità
e non educa la ragione — sia teologica che filosofica — ad argomentare in
maniera seria e scientifica. Lo studio rigoroso e approfondito delle dottrine
filosofiche, del linguaggio loro peculiare e del contesto in cui sono sorte
aiuta a superare i rischi dell'eclettismo e permette una loro adeguata
integrazione nell'argomentazione teologica.
87.
L'eclettismo è un errore di metodo, ma potrebbe anche nascondere in sé le tesi
proprie dello storicismo. Per comprendere in maniera corretta una
dottrina del passato, è necessario che questa sia inserita nel suo contesto
storico e culturale. La tesi fondamentale dello storicismo, invece, consiste
nello stabilire la verità di una filosofia sulla base della sua adeguatezza ad
un determinato periodo e ad un determinato compito storico. In questo modo,
almeno implicitamente, si nega la validità perenne del vero. Ciò che era vero in
un'epoca, sostiene lo storicista, può non esserlo più in un'altra. La storia del
pensiero, insomma, diventa per lui poco più di un reperto archeologico a cui
attingere per evidenziare posizioni del passato ormai in gran parte superate e
prive di significato per il presente. Si deve considerare, al contrario, che
anche se la formulazione è in certo modo legata al tempo e alla cultura, la
verità o l'errore in esse espressi si possono in ogni caso, nonostante la
distanza spazio-temporale, riconoscere e come tali valutare.
Nella
riflessione teologica, lo storicismo tende a presentarsi per lo più sotto una
forma di « modernismo ». Con la giusta preoccupazione di rendere il discorso
teologico attuale e assimilabile per il contemporaneo, ci si avvale soltanto
degli asserti e del gergo filosofico più recenti, trascurando le istanze
critiche che, alla luce della tradizione, si dovrebbero eventualmente sollevare.
Questa forma di modernismo, per il fatto di scambiare l'attualità per la verità,
si rivela incapace di soddisfare le esigenze di verità a cui la teologia è
chiamata a dare risposta.
88. Un altro
pericolo da considerare è lo scientismo. Questa concezione filosofica si
rifiuta di ammettere come valide forme di conoscenza diverse da quelle che sono
proprie delle scienze positive, relegando nei confini della mera immaginazione
sia la conoscenza religiosa e teologica, sia il sapere etico ed estetico. Nel
passato, la stessa idea si esprimeva nel positivismo e nel neopositivismo, che
ritenevano prive di senso le affermazioni di carattere metafisico. La critica
epistemologica ha screditato questa posizione, ed ecco che essa rinasce sotto le
nuove vesti dello scientismo. In questa prospettiva, i valori sono relegati a
semplici prodotti dell'emotività e la nozione di essere è accantonata per fare
spazio alla pura e semplice fattualità. La scienza, quindi, si prepara a
dominare tutti gli aspetti dell'esistenza umana attraverso il progresso
tecnologico. Gli innegabili successi della ricerca scientifica e della
tecnologia contemporanea hanno contribuito a diffondere la mentalità scientista,
che sembra non avere più confini, visto come è penetrata nelle diverse culture e
quali cambiamenti radicali vi ha apportato.
Si deve
costatare, purtroppo, che quanto attiene alla domanda circa il senso della vita
viene dallo scientismo considerato come appartenente al dominio dell'irrazionale
o dell'immaginario. Non meno deludente è l'approccio di questa corrente di
pensiero agli altri grandi problemi della filosofia, che, quando non vengono
ignorati, sono affrontati con analisi poggianti su analogie superficiali, prive
di fondamento razionale. Ciò porta all'impoverimento della riflessione umana,
alla quale vengono sottratti quei problemi di fondo che l'animal rationale,
fin dagli inizi della sua esistenza sulla terra, costantemente si è posto.
Accantonata, in questa prospettiva, la critica proveniente dalla valutazione
etica, la mentalità scientista è riuscita a fare accettare da molti l'idea
secondo cui ciò che è tecnicamente fattibile diventa per ciò stesso anche
moralmente ammissibile.
89. Foriero
di non minori pericoli è il pragmatismo, atteggiamento mentale che è
proprio di chi, nel fare le sue scelte, esclude il ricorso a riflessioni
teoretiche o a valutazioni fondate su principi etici. Notevoli sono le
conseguenze pratiche derivanti da questa linea di pensiero. In particolare, vi
si è venuta affermando una concezione della democrazia che non contempla il
riferimento a fondamenti di ordine assiologico e perciò immutabili: la
ammissibilità o meno di un determinato comportamento si decide sulla base del
voto della maggioranza parlamentare. (105) E chiara la conseguenza di una simile
impostazione: le grandi decisioni morali dell'uomo vengono di fatto subordinate
alle deliberazioni via via assunte dagli organi istituzionali. Di più: è la
stessa antropologia ad essere fortemente condizionata, mediante la proposta di
una visione unidimensionale dell'essere umano, dalla quale esulano i grandi
dilemmi etici, le analisi esistenziali sul senso della sofferenza e del
sacrificio, della vita e della morte.
90. Le tesi
fin qui esaminate conducono, a loro volta, a una più generale concezione, che
sembra oggi costituire l'orizzonte comune a molte filosofie che hanno preso
congedo dal senso dell'essere. Intendo riferirmi alla lettura nichilista, che è
insieme il rifiuto di ogni fondamento e la negazione di ogni verità oggettiva.
Il nichilismo, prima ancora di essere in contrasto con le esigenze e i
contenuti propri della parola di Dio, è negazione dell'umanità dell'uomo e della
sua stessa identità. Non si può dimenticare, infatti, che l'oblio dell'essere
comporta inevitabilmente la perdita di contatto con la verità oggettiva e,
conseguentemente, col fondamento su cui poggia la dignità dell'uomo. Si fa così
spazio alla possibilità di cancellare dal volto dell'uomo i tratti che ne
rivelano la somiglianza con Dio, per condurlo progressivamente o a una
distruttiva volontà di potenza o alla disperazione della solitudine. Una volta
che si è tolta la verità all'uomo, è pura illusione pretendere di renderlo
libero. Verità e libertà, infatti, o si coniugano insieme o insieme miseramente
periscono. (106)
91. Nel
commentare le linee di pensiero appena ricordate non è stata mia intenzione
presentare un quadro completo della situazione attuale della filosofia: essa,
del resto, sarebbe difficilmente riconducibile ad una visione unitaria. Mi preme
sottolineare che l'eredità del sapere e della sapienza si è, di fatto,
arricchita in diversi campi. Basti citare la logica, la filosofia del
linguaggio, l'epistemologia, la filosofia della natura, l'antropologia,
l'analisi approfondita delle vie affettive della conoscenza, l'approccio
esistenziale all'analisi della libertà. D'altro canto, l'affermazione del
principio d'immanenza, che sta al centro della pretesa razionalista, ha
suscitato, a partire dal secolo scorso, reazioni che hanno portato ad una
radicale rimessa in questione di postulati ritenuti indiscutibili. Sono nate
così correnti irrazionaliste, mentre la critica metteva in evidenza l'inanità
dell'esigenza di autofondazione assoluta della ragione.
La nostra
epoca è stata qualificata da certi pensatori come l'epoca della « post-modernità
». Questo termine, utilizzato non di rado in contesti tra loro molto distanti,
designa l'emergere di un insieme di fattori nuovi, che quanto ad estensione ed
efficacia si sono rivelati capaci di determinare cambiamenti significativi e
durevoli. Così il termine è stato dapprima impiegato a proposito di fenomeni
d'ordine estetico, sociale, tecnologico. Successivamente è stato trasferito in
ambito filosofico, restando però segnato da una certa ambiguità, sia perché il
giudizio su ciò che è qualificato come « post-moderno » è a volte positivo ed a
volte negativo, sia perché non vi è consenso sul delicato problema della
delimitazione delle varie epoche storiche. Una cosa tuttavia è fuori dubbio: le
correnti di pensiero che si richiamano alla post-modernità meritano un'adeguata
attenzione. Secondo alcune di esse, infatti, il tempo delle certezze sarebbe
irrimediabilmente passato, l'uomo dovrebbe ormai imparare a vivere in un
orizzonte di totale assenza di senso, all'insegna del provvisorio e del
fuggevole. Parecchi autori, nella loro critica demolitrice di ogni certezza,
ignorando le necessarie distinzioni, contestano anche le certezze della fede.
Questo
nichilismo trova in qualche modo una conferma nella terribile esperienza del
male che ha segnato la nostra epoca. Dinanzi alla drammaticità di questa
esperienza, l'ottimismo razionalista che vedeva nella storia l'avanzata
vittoriosa della ragione, fonte di felicità e di libertà, non ha resistito, al
punto che una delle maggiori minacce, in questa fine di secolo, è la tentazione
della disperazione.
Resta
tuttavia vero che una certa mentalità positivista continua ad accreditare
l'illusione che, grazie alle conquiste scientifiche e tecniche, l'uomo, quale
demiurgo, possa giungere da solo ad assicurarsi il pieno dominio del suo
destino.
Compiti
attuali per la teologia
92. In quanto
intelligenza della Rivelazione, la teologia nelle diverse epoche storiche si è
sempre trovata a dover recepire le istanze delle varie culture per poi mediare
in esse, con una concettualizzazione coerente, il contenuto della fede. Anche
oggi un duplice compito le spetta. Da una parte, infatti, essa deve sviluppare
l'impegno che il Concilio Vaticano II, a suo tempo, le ha affidato: rinnovare le
proprie metodologie in vista di un servizio più efficace all'evangelizzazione.
Come non pensare, in questa prospettiva, alle parole pronunciate dal Sommo
Pontefice Giovanni XXIII in apertura del Concilio? Egli disse allora: « E
necessario che, aderendo alla viva attesa di quanti amano sinceramente la
religione cristiana, cattolica, apostolica, questa dottrina sia più largamente e
più profondamente conosciuta, e che gli spiriti ne siano più pienamente istruiti
e formati; è necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere
fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda
alle esigenze del nostro tempo ». (107)
Dall'altra
parte, la teologia deve puntare gli occhi sulla verità ultima che le viene
consegnata con la Rivelazione, senza accontentarsi di fermarsi a stadi
intermedi. E bene per il teologo ricordare che il suo lavoro corrisponde « al
dinamismo insito nella fede stessa » e che oggetto proprio della sua ricerca è «
la Verità, il Dio vivo e il suo disegno di salvezza rivelato in Gesù Cristo ».
(108) Questo compito, che tocca in prima istanza la teologia, provoca nello
stesso tempo la filosofia. La mole dei problemi che oggi si impongono, infatti,
richiede un lavoro comune, anche se condotto con metodologie differenti, perché
la verità sia di nuovo conosciuta ed espressa. La Verità, che è Cristo, si
impone come autorità universale che regge, stimola e fa crescere (cfr Ef
4, 15) sia la teologia che la filosofia.
Credere nella
possibilità di conoscere una verità universalmente valida non è minimamente
fonte di intolleranza; al contrario, è condizione necessaria per un sincero e
autentico dialogo tra le persone. Solamente a questa condizione è possibile
superare le divisioni e percorrere insieme il cammino verso la verità tutta
intera, seguendo quei sentieri che solo lo Spirito del Signore risorto conosce.
(109) Come l'esigenza di unità si configuri concretamente oggi, in vista dei
compiti attuali della teologia, è quanto desidero ora indicare.
93. Lo scopo
fondamentale a cui mira la teologia consiste nel presentare l'intelligenza
della Rivelazione ed il contenuto della fede. Il vero centro della sua
riflessione sarà, pertanto, la contemplazione del mistero stesso del Dio Uno e
Trino. A questi si accede riflettendo sul mistero dell'incarnazione del Figlio
di Dio: sul suo farsi uomo e sul conseguente suo andare incontro alla passione e
alla morte, mistero che sfocerà nella sua gloriosa risurrezione e ascensione
alla destra del Padre, da dove invierà lo Spirito di verità a costituire e ad
animare la sua Chiesa. Impegno primario della teologia, in questo orizzonte,
diventa l'intelligenza della kenosi di Dio, vero grande mistero per la
mente umana, alla quale appare insostenibile che la sofferenza e la morte
possano esprimere l'amore che si dona senza nulla chiedere in cambio. In questa
prospettiva si impone come esigenza di fondo ed urgente una attenta analisi dei
testi: in primo luogo, dei testi scritturistici, poi di quelli in cui si esprime
la viva Tradizione della Chiesa. A questo riguardo si propongono oggi alcuni
problemi, solo parzialmente nuovi, la cui coerente soluzione non potrà essere
trovata prescindendo dall'apporto della filosofia.
94. Un primo
aspetto problematico riguarda il rapporto tra il significato e la verità. Come
ogni altro testo, così anche le fonti che il teologo interpreta trasmettono
innanzitutto un significato, che va rilevato ed esposto. Ora, questo significato
si presenta come la verità su Dio, che da Dio stesso viene comunicata mediante
il testo sacro. Nel linguaggio umano, quindi, prende corpo il linguaggio di Dio,
che comunica la propria verità con la mirabile « condiscendenza » che rispecchia
la logica dell'Incarnazione. (110) Nell'interpretare le fonti della Rivelazione,
pertanto, è necessario che il teologo si domandi quale sia la verità profonda e
genuina che i testi vogliono comunicare, pur nei limiti del linguaggio.
Quanto ai
testi biblici, e in particolare ai Vangeli, la loro verità non si riduce certo
alla narrazione di semplici avvenimenti storici o alla rilevazione di fatti
neutrali, come vorrebbe il positivismo storicista. (111) Questi testi, al
contrario, espongono eventi la cui verità sta oltre il semplice accadere
storico: sta nel loro significato nella e per la storia della
salvezza. Questa verità trova piena esplicitazione nella lettura perenne che la
Chiesa compie di tali testi nel corso dei secoli, mantenendone immutato il
significato originario. E urgente, pertanto, che anche filosoficamente ci si
interroghi sul rapporto che intercorre tra il fatto e il suo significato;
rapporto che costituisce il senso specifico della storia.
95. La parola
di Dio non si indirizza ad un solo popolo o a una sola epoca. Ugualmente, gli
enunciati dogmatici, pur risentendo a volte della cultura del periodo in cui
vengono definiti, formulano una verità stabile e definitiva. Sorge quindi la
domanda di come si possa conciliare l'assolutezza e l'universalità della verità
con l'inevitabile condizionamento storico e culturale delle formule che la
esprimono. Come ho detto precedentemente, le tesi dello storicismo non sono
difendibili. L'applicazione di un'ermeneutica aperta all'istanza metafisica,
invece, è in grado di mostrare come, dalle circostanze storiche e contingenti in
cui i testi sono maturati, si compia il passaggio alla verità da essi espressa,
che va oltre questi condizionamenti.
Con il suo
linguaggio storico e circoscritto l'uomo può esprimere verità che trascendono
l'evento linguistico. La verità, infatti, non può mai essere limitata al tempo e
alla cultura; si conosce nella storia, ma supera la storia stessa.
96. Questa
considerazione permette di intravedere la soluzione di un altro problema: quello
della perenne validità del linguaggio concettuale usato nelle definizioni
conciliari. Già il mio venerato Predecessore Pio XII nella sua Lettera enciclica
Humani generis affrontava la questione. (112)
Riflettere su
questo argomento non è facile, perché si deve tenere seriamente conto del senso
che le parole acquistano nelle diverse culture e in epoche differenti. La storia
del pensiero, comunque, mostra che attraverso l'evoluzione e la varietà delle
culture certi concetti di base mantengono il loro valore conoscitivo universale
e perciò la verità delle proposizioni che li esprimono. (113) Se così non fosse,
la filosofia e le scienze non potrebbero comunicare tra loro né potrebbero
essere recepite da culture diverse da quelle in cui sono state pensate ed
elaborate. Il problema ermeneutico, dunque, esiste, ma è risolvibile. Il valore
realistico di molti concetti, d'altronde, non esclude che spesso il loro
significato sia imperfetto. La speculazione filosofica molto potrebbe aiutare in
questo campo. E auspicabile, pertanto, un suo particolare impegno
nell'approfondimento del rapporto tra linguaggio concettuale e verità, e nella
proposta di vie adeguate per una sua corretta comprensione.
97. Se
compito importante della teologia è l'interpretazione delle fonti, impegno
ulteriore e anche più delicato ed esigente è la comprensione della verità
rivelata, o l'elaborazione dell'intellectus fidei. Come già ho
accennato, l'intellectus fidei richiede l'apporto di una filosofia
dell'essere, che consenta innanzitutto alla teologia dogmatica di
svolgere in modo adeguato le sue funzioni. Il pragmatismo dogmatico degli inizi
di questo secolo, secondo cui le verità di fede non sarebbero altro che regole
di comportamento, è già stato rifiutato e rigettato; (114) ciò nonostante,
rimane sempre la tentazione di comprendere queste verità in maniera puramente
funzionale. In questo caso, si cadrebbe in uno schema inadeguato, riduttivo, e
sprovvisto dell'incisività speculativa necessaria. Una cristologia, ad esempio,
che procedesse unilateralmente « dal basso », come oggi si suole dire, o una
ecclesiologia, elaborata unicamente sul modello delle società civili,
difficilmente potrebbero evitare il pericolo di tale riduzionismo.
Se l'intellectus
fidei vuole integrare tutta la ricchezza della tradizione teologica, deve
ricorrere alla filosofia dell'essere. Questa dovrà essere in grado di riproporre
il problema dell'essere secondo le esigenze e gli apporti di tutta la tradizione
filosofica, anche quella più recente, evitando di cadere in sterili ripetizioni
di schemi antiquati. La filosofia dell'essere, nel quadro della tradizione
metafisica cristiana, è una filosofia dinamica che vede la realtà nelle sue
strutture ontologiche, causali e comunicative. Essa trova la sua forza e
perennità nel fatto di fondarsi sull'atto stesso dell'essere, che permette
l'apertura piena e globale verso tutta la realtà, oltrepassando ogni limite fino
a raggiungere Colui che a tutto dona compimento. (115) Nella teologia, che
riceve i suoi principi dalla Rivelazione quale nuova fonte di conoscenza, questa
prospettiva trova conferma secondo l'intimo rapporto tra fede e razionalità
metafisica.
98.
Considerazioni analoghe si possono fare anche in riferimento alla teologia
morale. Il recupero della filosofia è urgente anche nell'ordine della
comprensione della fede che riguarda l'agire dei credenti. Di fronte alle sfide
contemporanee nel campo sociale, economico, politico e scientifico la coscienza
etica dell'uomo è disorientata. Nella Lettera enciclica Veritatis splendor
ho rilevato che molti problemi presenti nel mondo contemporaneo derivano da
una « crisi intorno alla verità. Persa l'idea di una verità universale sul bene,
conoscibile dalla ragione umana, è inevitabilmente cambiata anche la concezione
della coscienza: questa non è più considerata nella sua realtà originaria, ossia
un atto dell'intelligenza della persona, cui spetta di applicare la conoscenza
universale del bene in una determinata situazione e di esprimere così un
giudizio sulla condotta giusta da scegliere qui e ora; ci si è orientati a
concedere alla coscienza dell'individuo il privilegio di fissare, in modo
autonomo, i criteri del bene e del male e agire di conseguenza. Tale visione fa
tutt'uno con un'etica individualistica, per la quale ciascuno si trova
confrontato con la sua verità, differente dalla verità degli altri ». (116)
Nell'intera
Enciclica ho sottolineato chiaramente il fondamentale ruolo spettante alla
verità nel campo della morale. Questa verità, riguardo alla maggior parte dei
problemi etici più urgenti, richiede, da parte della teologia morale, un'attenta
riflessione che sappia mettere in evidenza le sue radici nella parola di Dio.
Per poter adempiere a questa sua missione, la teologia morale deve far ricorso a
un'etica filosofica rivolta alla verità del bene; a un'etica, dunque, né
soggettivista né utilitarista. L'etica richiesta implica e presuppone
un'antropologia filosofica e una metafisica del bene. Avvalendosi di questa
visione unitaria, che è necessariamente collegata alla santità cristiana e
all'esercizio delle virtù umane e soprannaturali, la teologia morale sarà capace
di affrontare i vari problemi di sua competenza — quali la pace, la giustizia
sociale, la famiglia, la difesa della vita e dell'ambiente naturale — in maniera
più adeguata ed efficace.
99. Il lavoro
teologico nella Chiesa è in primo luogo al servizio dell'annuncio della fede e
della catechesi. (117) L'annuncio o il kerigma chiama alla conversione,
proponendo la verità di Cristo che culmina nel suo Mistero pasquale: solo in
Cristo, infatti, è possibile conoscere la pienezza della verità che salva (cfr
At 4, 12; 1 Tm 2, 4-6).
In questo
contesto, si capisce bene perché, oltre alla teologia, assuma notevole rilievo
anche il riferimento alla catechesi: questa possiede, infatti, delle
implicazioni filosofiche che vanno approfondite alla luce della fede.
L'insegnamento impartito nella catechesi ha un effetto formativo per la persona.
La catechesi, che è anche comunicazione linguistica, deve presentare la dottrina
della Chiesa nella sua integrità, (118) mostrandone l'aggancio con la vita dei
credenti. (119) Si realizza così una singolare unione tra insegnamento e vita
che è impossibile raggiungere altrimenti. Ciò che si comunica nella catechesi,
infatti, non è un corpo di verità concettuali, ma il mistero del Dio vivente.
(120)
La
riflessione filosofica molto può contribuire nel chiarificare il rapporto tra
verità e vita, tra evento e verità dottrinale e, soprattutto, la relazione tra
verità trascendente e linguaggio umanamente intelligibile. (121) La reciprocità
che si crea tra le discipline teologiche e i risultati raggiunti dalle
differenti correnti filosofiche può esprimere, dunque, una reale fecondità in
vista della comunicazione della fede e di una sua più profonda comprensione.