CENNI SULLA COMPIPLAZIONE DEI LIBRI 
 
I ventisette libri che formano il Nuovo Testamento si sono formati in circa 50 anni. I primi libri ad essere stati scritti furono le lettere di Paolo. La prima (1a  Epistola ai Tessalonicesi) fu scritta da Corinto nell'anno 51. Possiamo essere certi che nell'anno 100 tutti gli scritti del Nuovo Testamento erano stati completati. Dobbiamo considerare il fatto che quando gli Apostoli predicavano e scrivevano le Epistole, i Vangeli non esistevano ancora. Gli Apostoli pertanto conoscevano solo due fonti autentiche dalle quali attingere la loro predicazione: le "Scritture" dell'Antico Testamento e le parole dette dal loro Maestro. Essi inoltre si dichiaravano testimoni della risurrezione di Gesù, e su questo fatto basavano la sostanza del loro messaggio (cfr. At 2:32 ss). Questo era "l'insegnamento degli apostoli" in cui perseverava la chiesa primitiva (At 2:42). Come si iniziò la raccolta dei libri del Nuovo Testamento? A causa delle difficoltà economiche di Paolo! Paolo scriveva una lettera, per esempio a Colosse, e non aveva tanti soldi per farne delle copie. Allora diceva: "La lettera che mando a voi, fatela passare anche a Laodicea, e la lettera che mando a Laodicea fatela passare anche da voi" (Cl 4:16). Così la comunità che riceveva una lettera di Paolo se ne faceva una copia, della sua e delle altre. E nel giro di pochi anni, le lettere scritte dall'Apostolo Paolo erano presenti in tutte le chiese. Il fatto che qualcuno le considerasse già come "ispirate", lo si può dedurre da un'osservazione di Pietro, il quale parlando di testi a volte difficili, cita le Epistole di Paolo assieme alle “altre Scritture” (2 P 3:16). “Ad un certo momento si sentì il bisogno di avere per iscritto i racconti di ciò che Gesù aveva fatto. Finché gli Apostoli erano vivi, questo bisogno non c'era, perché gli Apostoli passavano nelle singole chiese e raccontavano i fatti della vita di Gesù. Prima che gli Apostoli morissero però, essi dettarono o raccolsero quello che avevano detto, perché era necessario che rimanesse per le generazioni successive, e per noi (cfr. 2 P 1:14-15). Così sono nati i primi tre Vangeli; essi non sono dei veri racconti della vita di Gesù come li scriveremmo noi oggi, ma sono un insieme di scritti come parlavano allora gli apostoli. Mettevano insieme tutte le parabole che Gesù aveva dette su un argomento, oppure raccontavano di seguito vari miracoli che Gesù aveva fatto. I primi tre Vangeli mettono insieme tutto quello che Gesù fece a Gerusalemme, come se vi si fosse recato una sola volta; perché non raccontano la storia, raccontano fatti della vita di Gesù”.
 
IPOTESI SULL'OPERA DI GIOVANNI
 
“Alla fine del I secolo, l'unico discepolo che era rimasto ancora vivo e che si chiamava Giovanni, sentì il bisogno di raccogliere tutto quello che era stato scritto prima, e di completarlo. Si può pensare che il primo a raccogliere il Nuovo Testamento sia stato in realtà proprio Giovanni. Infatti Giovanni completò i primi tre Vangeli scrivendone un quarto che rendesse più comprensibile il quadro. Ci dice per esempio che il ministero di Gesù durò tre anni (ricorda infatti tre distinte feste di Pasqua nelle quali Gesù si era recato a Gerusalemme). Poi Giovanni raccolse tutte le lettere che c'erano in giro, e scrisse le ultime. Ed infine scrisse l'ultimo libro, che è l'Apocalisse. (Si ammette comunemente che l'Apocalisse sia stata composta sotto l'impero di Domiziano (81-96); altri, non senza qualche verosimiglianza, pensano che almeno certe parti sarebbero state redatte fin dal tempo di Nerone, un po' prima del 70)”. 
 
QUESTI SCRITTI E NON ALTRI
    
Anche per il Nuovo Testamento ci si può chiedere: Quale autorità ha raccolto definitivamente i suoi "libri"? Perché altri scritti dell'epoca apostolica, che sappiamo essere stati numerosi, non sono entrati a far parte del canone? (Dei molti scritti che circolavano nel periodo apostolico parla espressamente Luca all'inizio del suo Vangelo, Lu 1:1-4). Da 1 Co 5:9-11 si apprende che Paolo aveva scritto ai Corinzi una lettera precedente a quella che noi conosciamo come Prima Epistola ai Corinzi. Perché mai tale lettera non è entrata a far parte del canone? La risposta della fede è: certamente perché non era stata ispirata da Dio! Questa affermazione però non chiarisce i fatti. Oltre al "perché" dobbiamo esaminare il "come”, cioè indagare sul processo storico attraverso il quale questi 27 libri, e non altri, sono entrati a far parte del canone del Nuovo Testamento. Che cosa dunque è successo?
 
IL PROCESSO STORICO
 
Per motivi di chiarezza suddivideremo il processo in cinque stadi.
1° stadio (2a metà del I secolo). Vengono scritti tutti i libri (di questo abbiamo già parlato in precedenza).
2° stadio(1a metà del II secolo). I libri diventano di ragione comune, vengono letti nelle chiese e citati. Notevoli sono le citazioni di vari libri del Nuovo Testamento da parte degli scrittori cristiani di questo periodo (i cosiddetti Padri), come Clemente, Barnaba, Ignazio, Policarpo. Sembra che qualcuno di costoro abbia cominciato a sottolineare l'autorità degli scritti del periodo apostolico. Barnaba cita un brano del Vangelo di Matteo facendolo precedere dalla formula “Com’è scritto”. Policarpo cita un brano dell'Epistola di Paolo agli Efesini definendolo "Scrittura”.
stadio (2a metà del Il secolo). I nuovi libri vengono collocati accanto all'Antico Testamento e considerati come "Sacra Scrittura". Vengono anche tradotti e commentati.  E' notevole il “Diatesseron" di Taziano, studio armonico dei quattro Vangeli, tutti ritenuti degni di fede. Ricordiamo poi soprattutto la testimonianza del cosiddetto frammento Muratori, manoscritto che può essere fatto risalire alla fine del Il secolo; infatti vi si trova per la prima volta un elenco dei libri del Nuovo Testamento (embrione di "lista canonica"). Viene riconosciuta l'autenticità paolina di tredici lettere; il libro degli Atti viene attribuito a Luca, il quarto Vangelo e l'Apocalisse all'Apostolo Giovanni. Tuttavia cinque dei nostri attuali libri mancano nella lista.
stadio (III secolo). I libri vengono separati dalle altre opere di letteratura cristiana, raccolti insieme e chiamati per la prima volta Nuovo Testamento. A tal proposito ricordiamo le testimonianze di Tertulliano, Clemente di Alessandria e di Orìgene. Costoro sottolinearono l'opportunità di distinguere chiaramente le scritture ispirate da altri libri che venivano letti per edificazione, e soprattutto da altre opere che proponevano eresie e false dottrine. Fra i criteri di identificazione possiamo indicare il consenso delle chiese, l'evidenza interna e l’autorità apostolica. Ciò tuttavia non dissipò dubbi e incertezze sull'accoglimento di certi libri, come vedremo qui appresso.
stadio (IV secolo).  Il IV secolo si può considerare quello in cui il canone del Nuovo Testamento venne finalmente fissato nella forma corrispondente a quella che possediamo oggi. Tuttavia chi pensasse che questa fase finale del processo sia stata semplice e scevra di problemi, si illuderebbe. Lo scrittore cristiano Eusebio, vescovo di Cesarea, autore in greco della prima "Storia Ecclesiastica", ci dà un ben equilibrato resoconto della situazione intorno al decennio del IV secolo (St. Ec. 111,25). Egli elenca una maggioranza di libri come "accettati” (i 4 Vangeli, gli Atti, le Epistole di Paolo  -  compresa la lettera agli Ebrei, sebbene di autore incerto  -  1 Pietro, 1 Giovanni, Apocalisse); un certo numero li dichiara "oggetto di contestazione", pur essendo ammessi dalla maggioranza e da lui stesso (Giacomo, 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni, Giuda); definisce "apocrifi" gli Atti di Paolo, il Pastore di Erma, l'Apocalisse di Pietro, l'Epistola di Barnaba, la Didaché degli Apostoli; ed "assurdi ed empi" i Vangeli di Pietro, di Tommaso, di Mattia, gli Atti di Andrea e di Giovanni.
Una generazione più tardi Atanasio, patriarca di Alessandria, accettò l'intero Nuovo Testamento quale lo abbiamo oggi: (tutti i 27 libri). E finalmente, nell'anno 397, il Concilio di Cartagine ordinò che, oltre a quelle "Scritture canoniche, null'altro fosse letto nelle Scritture come Sacra Scrittura". Da allora in poi ogni controversia si calmò.
Discussioni successive
L'affermazione precedente "ogni controversia si calmò" dovrebbe essere presa con una certa riserva. Gli studiosi cristiani nei periodi successivi continuarono infatti a chiedersi  -  come facciamo del resto anche noi oggi  -  perché si dovesse ritenere che quelli e solo quelli fossero i libri ispirati. Agostino (convertitosi nel 387, morto nel 430), che alcuni definiscono "il più importante dottore della chiesa tra Paolo e Lutero”, diede queste risposte: “Perché quei libri attestano la loro ispirazione per il loro carattere intrinseco; perché essi hanno riscosso il consenso generale dei Cristiani; perché le chiese che li hanno sostenuti erano quelle che avevano mantenuto integra la tradizione apostolica”. Altri si ritennero appagati dalla semplice considerazione: “perché così ha deciso la Chiesa, il cui Magistero è infallibile” (questa è in effetti ancora oggi la posizione cattolica). Però sarebbe improprio considerare il canone come il risultato di dichiarazioni ecclesiastiche (decisioni di Concili): Agostino correttamente identificò come “fattore guida” per la scelta dei libri del Nuovo Testamento l'apostolicità, cioè la certezza che quei libri presentassero le convinzioni dell'era apostolica. Nei giorni della Riforma (XVI secolo), quando ogni aspetto della fede cristiana venne profondamente riconsiderato, anche la questione del canone fu rimessa in discussione. Lutero andò così lontano da collocare Ebrei, Giacomo, Giuda e Apocalisse alla fine della sua traduzione in tedesco del Nuovo Testamento, asserendo che quei libri non erano stati unanimemente accettati dalla chiesa primitiva, e che comunque non contenevano nulla di più riguardo alla salvezza che non fosse già contenuto negli altri libri. Soggiogato dalla sua “scoperta” della giustificazione per fede, Lutero si spinse fino a definire Giacomo una "vera epistola di paglia” perché parlava delle opere. Dal canto suo Calvino fu più ponderato ed equanime, ed osservò che non si può pretendere che ogni autore tratti gli stessi punti di dottrina. Per Calvino comunque, nel leggere le Scritture, era importante riconoscere l'azione dello Spirito in noi. Come possiamo sapere se la Bibbia (o quel particolare libro della Bibbia) è veramente Parola di Dio? Nessuna prova umana può risolvere questa questione; la Bibbia stessa deve dimostrare la sua autenticità, e l'unica testimonianza valida è quella dello Spirito Santo in noi (“testimonium Spiritus internum").
DISCUSSIONI SUCCESSIVE
 
L'affermazione precedente "ogni controversia si calmò" dovrebbe essere presa con una certa riserva. Gli studiosi cristiani nei periodi successivi continuarono infatti a chiedersi  -  come facciamo del resto anche noi oggi  -  perché si dovesse ritenere che quelli e solo quelli fossero i libri ispirati. Agostino (convertitosi nel 387, morto nel 430), che alcuni definiscono "il più importante dottore della chiesa tra Paolo e Lutero”, diede queste risposte: “Perché quei libri attestano la loro ispirazione per il loro carattere intrinseco; perché essi hanno riscosso il consenso generale dei Cristiani; perché le chiese che li hanno sostenuti erano quelle che avevano mantenuto integra la tradizione apostolica”. Altri si ritennero appagati dalla semplice considerazione: “perché così ha deciso la Chiesa, il cui Magistero è infallibile” (questa è in effetti ancora oggi la posizione cattolica). Però sarebbe improprio considerare il canone come il risultato di dichiarazioni ecclesiastiche (decisioni di Concili): Agostino correttamente identificò come “fattore guida” per la scelta dei libri del Nuovo Testamento l'apostolicità, cioè la certezza che quei libri presentassero le convinzioni dell'era apostolica. Nei giorni della Riforma (XVI secolo), quando ogni aspetto della fede cristiana venne profondamente riconsiderato, anche la questione del canone fu rimessa in discussione. Lutero andò così lontano da collocare Ebrei, Giacomo, Giuda e Apocalisse alla fine della sua traduzione in tedesco del Nuovo Testamento, asserendo che quei libri non erano stati unanimemente accettati dalla chiesa primitiva, e che comunque non contenevano nulla di più riguardo alla salvezza che non fosse già contenuto negli altri libri. Soggiogato dalla sua “scoperta” della giustificazione per fede, Lutero si spinse fino a definire Giacomo una "vera epistola di paglia” perché parlava delle opere. Dal canto suo Calvino fu più ponderato ed equanime, ed osservò che non si può pretendere che ogni autore tratti gli stessi punti di dottrina. Per Calvino comunque, nel leggere le Scritture, era importante riconoscere l'azione dello Spirito in noi. Come possiamo sapere se la Bibbia (o quel particolare libro della Bibbia) è veramente Parola di Dio? Nessuna prova umana può risolvere questa questione; la Bibbia stessa deve dimostrare la sua autenticità, e l'unica testimonianza valida è quella dello Spirito Santo in noi (“testimonium Spiritus internum").