<< POESIA E LETTERATURA SAPIENZIALI >>

 
Introduzione ai Libri Sapienziali
 
[ di A. Girlanda ]
Ambientazione storica
I secoli che seguirono l'esilio di Babilonia sono particolarmente caratterizzati dalla raccolta e fissazione del patrimonio religioso di Israele, cioè degli scritti parziali e sparsi che formeranno la Bibbia: il Pentateuco soprattutto, i libri della storia deuteronomista (Giosuè-Re), i Salmi, collezioni di proverbi e scritti profetici. Questo lavoro non è rivolto soltanto a conservare una preziosa eredità (arricchita da molte altre opere in questi secoli), ma anche e soprattutto a renderla familiare alla comunità ebraica, ricostituitasi attorno a Gerusalemme dopo l'esilio, per farle prendere sempre più coscienza della propria identità e ravvivarne la speranza, nella difficile situazione di piccola minoranza inserita in grandi imperi (persiano prima e poi greco). La scena narrata in Ne 8,1-8, in cui sacerdoti e leviti istruiscono il popolo sulla legge di Dio, è emblematica: essi leggono, traducono, spiegano un testo scritto. Qui interessa notare come questi uomini del culto diventano uomini del libro, i soferîm (o scribi). Il profetismo va scomparendo; la parola di Dio e la sua volontà vanno cercate ormai nel libro, nel testo scritto. Questo esige nei responsabili studio, riflessione, cultura, scuole. In questo ambiente culturale aperto anche a scribi laici, si sviluppa la riflessione sapienziale, che prima dell'esilio era stata coltivata soprattutto nell'ambiente di corte e dei funzionari dello stato, anche sotto lo stimolo dei contatti con le corti e i funzionari di altri stati con cui Israele stabiliva rapporti politici e commerciali. I nuovi scribi raccolgono anche l'eredità «sapienziale» del passato, condensatasi soprattutto nelle due raccolte dei Proverbi, dette «salomoniche», e continuano il lavoro di riflessione sulla realtà dell'esistenza umana.
I libri sorti da questa riflessione vengono chiamati sapienziali, o didattici, perché in senso generale insegnano la sapienza. Essi sono: Proverbi, Giobbe, Qohèlet (o Ecclesiaste), Cantico dei Cantici, Sapienza, Siracide (o Ecclesiastico). La loro pubblicazione si scagliona tra il secolo V e il secolo I a.C. In questo gruppo vengono inseriti anche i Salmi, la preghiera ufficiale d'Israele; ma essi formano un libro del tutto a parte.
Tradizionalmente, l'origine di questa corrente di pensiero si fa risalire a Salomone (970-930). All'inizio del suo regno egli si preoccupò di chiedere a Dio la sapienza necessaria per giudicare secondo giustizia. Dio si compiacque di tale richiesta e gli donò non solo questa sapienza, ma anche quella più vasta, di carattere enciclopedico si direbbe oggi, per cui Salomone divenne celebre in tutto il Medio Oriente (cfr. 1Re 3,4-15; 5,9-14) e il prototipo dei sapienti d'Israele, tanto che verranno diffuse col suo nome opere che con lui non hanno nulla da dividere (Qohèlet, Cantico, Sapienza). La personale sapienza di Salomone, l'organizzazione della sua corte sul modello di quelle di altri stati, le relazioni politiche e commerciali che egli promosse, con i relativi contatti diplomatici, crearono le condizioni per il sorgere e l'affermarsi anche in Israele del genere sapienziale, coltivato dalla classe dirigente e dai funzionari preposti all'amministrazione locale e centrale dello stato.
 
La sapienza in Israele
Sapienza è un termine che assume una vasta gamma di significati. In generale si può descriverla come applicazione della mente ad acquisire conoscenze e a riflettere sull'esperienza umana per ricavarne indicazioni utili a dirigere con rettitudine, correttezza e successo la propria vita. Più in concreto, è abilità pratica nella conduzione dei propri affari, nell'esercizio della professione; abilità tecnica e artigianale; prudenza nel linguaggio, gesti, comportamento; discernimento per giudicare ciò che è bene e ciò che è male per l'uomo, non solo in senso morale, abilità e scaltrezza nello sfuggire pericoli e inganni... Come si vede, la finalità delle conoscenze e delle riflessioni è sempre eminentemente pratica e rimane tale anche quando si affrontano problemi più generali come il senso della vita umana o la sofferenza dell'innocente.
Le conoscenze e l'esperienza che si accumulano nella vita dell'individuo e nel succedersi delle generazioni si fissano gradualmente in massime, sentenze, proverbi brevi, ben ritmati, spesso formulati mediante un'immagine o un paragone ed espressi solitamente in un verso. Questa sapienza proverbiale, come la riflessione più elaborata su temi più impegnativi dell'esistenza, era già coltivata in Egitto e nella Mesopotamia prima ancora che Israele esistesse. I molteplici contatti e paralleli che si riscontrano tra le letterature sapienziali di questi popoli e quella ebraica, fanno apparire quest'ultima come «il filone giudaico di una corrente culturale internazionale» (P. Grelot).
Anche in Israele si è compreso ben presto che la sapienza è un valore prezioso per la vita, la quale non poteva essere regolata in tutto e per tutto dalla legge di Mosè e dalla parola dei profeti. C'erano ampi spazi di vita da riempire con scelte e iniziative personali da cui dipendeva il successo o il fallimento. Era quindi importante acquisire conoscenze e capacità di giudizio per valutare uomini e cose, situazioni ed eventi, in cui inserire con successo, o minor danno, la propria esistenza.
Proprio a confronto con la legge, la storia e i profeti, balza evidente nei libri sapienziali un grande spostamento o, per meglio dire, un grande allargamento d'interesse e di attenzione: dal popolo all'individuo; dalla storia alla vita quotidiana; dalla situazione specifica d'Israele alla condizione universale umana; dalla vicenda storica del popolo dell'alleanza all'esistenza nel mondo della creazione con tutti i suoi enigmi; dagl'interventi prodigiosi di Dio ai normali rapporti di causa ed effetto su cui contare; dai settori della vita regolati dalla legge e dal culto a quelli dipendenti dalla libera scelta e iniziativa; dall'autorità di Dio a quella dell'esperienza e della tradizione umana; dalla parola annunciata dai profeti come incontestabile «oracolo del Signore» all'uso di tutte le risorse della ragione e della prudenza per regolare la propria vita; dall'imposizione della legge al consiglio ed esortazione; dalla sanzione, concepita come pena esterna positiva di una trasgressione, alla sanzione come conseguenza di una scelta errata e di un atto insipiente.
Tutto questo testimonia una notevole crescita umana. Anche se la sapienza – come nel caso di Salomone – è considerata come dono di Dio, tanto è preziosa per l'uomo, essa appare come il premio di una conquista perché esige, a differenza della parola profetica, la messa in atto di tutte le capacità e doni di cui dispone l'uomo, ciascun uomo (cfr. Sir 15,14-20; 17,1-12). Storia, profezia, legge vengono dall'alto; la sapienza sorge e cresce dal basso.
 
Sapienza e timor di Dio
La vita d'Israele è stata segnata indelebilmente dalle vicende che lo hanno costituito come popolo, e come popolo dell'alleanza con Dio. La sua sapienza non potrà mai prescindere da questo dato di fatto; non si sviluppa quindi in un terreno neutro. Se essa promuove e valorizza la ricerca, la conoscenza della realtà, chi vi si dedica possiede già dei criteri con cui confrontarla. I saggi sembrano averli condensati nella formula: «Inizio della sapienza è il timore del Signore, "di Jhwh"« (cfr. Pro 1,7; 9,10; 15,33; Sal 111,10; Gb 28,28; vedi anche Qo 12,13; Sir 1,9-18, specie 1,12). Il timor di Dio è una nozione complessa che contiene praticamente tutto l'atteggiamento dell'ebreo verso Dio, cioè tutta la religione; quindi è il riconoscimento, l'adorazione e la totale adesione all'unico Dio che Israele conosce, perché ne ha sperimentato la presenza, la potenza benefica e la fedeltà; tale adesione si concretizza nell'obbedienza alla sua legge e nell'abbandono fiducioso alla sua volontà.
Una tale insistenza su questa formula appare sintomatica. Per i saggi d'Israele non c'è sapienza che porti a una valida conoscenza della realtà e a una retta direzione della vita, se non si basa sul timor di Dio; è questa la condizione previa e imprescindibile. Israele ha fondato la sua ricerca e ha assimilato la sapienza dei popoli vicini sulla base della sua esperienza religiosa e della conoscenza del Dio che gli si era rivelato. Il mondo che cerca di conoscere è il mondo creato dal Signore; un mondo a volte misterioso, ma non fondamentalmente ostile, perché creato buono fin dalle origini (Gn 1); un mondo dietro il cui mistero non si celano forze occulte da propiziarsi, o da dominare con riti o formule magiche, ma unicamente la presenza di Dio; un mondo demitizzato, anzi secolarizzato, che si offre alla conoscenza e al dominio dell'uomo come un servo al suo padrone, e non viceversa, secondo il comando originario di Dio, Gn 1,26-27.
Il timor di Dio, che segna l'inizio della sapienza, ne segna anche il limite. Fin dalle più antiche raccolte di proverbi appare chiara la persuasione che anche l'àmbito delle conoscenze e dei progetti dell'uomo è compenetrato della presenza di Dio e della sua volontà imperscrutabile, per cui di fronte a tale volontà non c'è sapienza o prudenza che valga (cfr. Pro 16,9; 19,21; 21,30s). E' insipiente quindi e presuntuoso chi si mostra sicuro di sé pensando di aver tutto previsto e calcolato, Pro 3,5.7; come, d'altra parte, è insensato non mettere in atto tutte le proprie capacità per il fatto che i risultati dipendono da Dio, cfr. Qo 11,4-6.
Qohèlet porterà all'esasperazione l'aspetto dell'incertezza della vita, giungendo a svalutare in fondo anche la sapienza; Giobbe e i suoi amici porteranno all'esasperazione, sia pure da diversi punti di vista, l'aspetto di infallibile sicurezza che la sapienza dovrebbe dare alla vita. I Proverbi e il Siracide mantengono un più sano equilibrio tra la messa in atto delle capacità umane e il timor di Dio. Il libro della Sapienza offrirà lo sbocco a queste tensioni, prospettando un'esistenza dopo la morte che darà la soluzione agli enigmi della vita presente.
La ricerca di quale sia il bene e quale sia il male per l'uomo (Sir 18,7-8) e quali siano le premesse per raggiungere il primo ed evitare il secondo si è incanalata dunque per Israele entro i limiti della sua esperienza storica e religiosa. Se consigli, ammonizioni e meditazioni dei saggi richiamano spesso testi paralleli o molto affini di altre letterature dell'antico Medio Oriente, ciò che costituisce il fondo della sapienza israelitica è però esclusivo del popolo dell'alleanza. Esso ha assorbito e assimilato stile e formule, temi e problemi del genere sapienziale, ma non ha dissolto in un generico umanesimo il suo patrimonio specifico; ne ha fatto invece la base indiscutibile di una promozione e crescita umana, del suo sforzo per conoscere e dominare il mondo in cui viveva.
Questo patrimonio ha costituito inoltre uno sbarramento di fronte a sapienze devianti ed eterodosse. La possibilità di deviazione per l'uomo, compreso l'israelita, viene prospettata già dalla cosiddetta tradizione Jahvista fin dalle origini dell'umanità, come a dire che la tentazione permanente per l'uomo sarà quella di conoscere e dominare l'universo – cioè disporre di una sapienza – fuori e contro il progetto di Dio (cfr. Gn 2,16-17; 3,1-7). La proibizione di ogni forma di magia e divinazione, Es 22,17; Lv 20,27; Dt 18,10-12, e la polemica dei profeti, in certe circostanze, contro i «saggi» consiglieri di corte, per esempio Is 29,14; 44,25; Ger 8,8-9, rivelano casi in cui la sapienza tendeva a prescindere dai presupposti dell'alleanza e superare gli argini del timor di Dio.
 
La sapienza personificata
Accolta e sviluppatasi all'interno dell'esperienza storica e religiosa d'Israele, la sapienza, dopo l'esilio, tende a essere considerata come una realtà a sé, distinta da Dio e dall'uomo; in altre parole, subisce un processo di personificazione. I saggi, oltre alla sapienza proverbiale che può regolare con certo successo la vita dell'uomo, rilevano e ammirano una sapienza che traspare dall'ordine, dall'armonia e movimento dell'universo (Gn 1 lo fa con linguaggio catechistico; i Salmi 8, 19, 104 col linguaggio della preghiera). La stessa legge, che era stata il vaglio della sapienza contro possibili deviazioni, viene presentata, nella parte più recente del Deuteronomio (secolo VI/V), come un insieme di norme così «sapienti» da suscitare l'ammirazione degli altri popoli per Israele, depositario di un tale patrimonio, Dt 4,5-8. Il Siracide porterà a termine questo processo di assimilazione identificando semplicemente la sapienza con la legge dell'Altissimo, 24,22. I saggi parlano della sapienza che presiede alla creazione, Pro 8,30, della sapienza che pone la sua dimora in Israele sotto forma di legge, Sir 24,8, senza alcuna specificazione: è sempre la stessa sapienza che porta l'uomo all'incontro con l'universo di Dio e all'incontro col Dio dell'universo. La messa in scena della sapienza come una persona, più che una speculazione su un attributo di Dio o l'anticipazione di una pluralità di persone in Dio (che sarà rivelata nel Nuovo Testamento), indica la preziosità e l'autorità di questa sapienza (cfr. il caso simile della personificazione letteraria della parola di Dio, per esempio in Is 55,10-11). Essa invita alla sua mensa, Pro 9,1-6, e minaccia chi la respinge, perché dalla sua accoglienza o rifiuto dipendono la vita o la morte, Pro 8,35-36; cfr. Dt 30,15. La sua misteriosità e irreperibilità per l'uomo, Gb 28; Bar 3,15.31, sottolineano che solo Dio la possiede e può inviarla come compagna e amica dell'uomo. Per questo il Siracide e l'autore del libro della Sapienza si rivolgono a Dio con la preghiera per ottenerla, Sir 39,5-6; Sap 8,21; infatti «per quanto uno tra i figli degli uomini sia perfetto, se gli manca la sapienza che viene da te, come un nulla sarà considerato», Sap 9,6. Essa non irrompe con prepotenza nella vita dell'uomo come la parola profetica (cfr. Am 3,8; 7,15; Ger 20,7-10), ma chiama a una collaborazione più libera e responsabile, diuturna e impegnativa (cfr. Sir 39,1-11). Risultato di tale collaborazione è la nuova forma che assume la parola che Dio continua a rivolgere a Israele, con linguaggio accessibile anche fuori d'Israele.
Al di là del genere celebrativo encomiastico e della personificazione letteraria, i testi che esaltano la sapienza che viene da Dio, Pro 8,12-36; Gb 28; Sir 24,1-27; Sap 7,22-30, esprimono un'esperienza di fede, perché essa è frutto di preghiera, di meditazione assidua sulla «parola» che Israele già possedeva, e di una illuminazione di Dio. Mediante questa mentalità sapienziale Israele, attraverso l'opera dei suoi saggi, si riappropria anche del suo passato storico, vedendo la sapienza di Dio all'opera nella vita dei grandi personaggi del passato, Sir 44-50, o alla guida del popolo nel periodo più significativo della sua storia: l'esodo, Sap 10-12; 16-19. Queste «riletture» del passato, profondamente diverse nelle loro modalità specifiche, convengono nella loro funzione sapienziale di ammaestramento per il presente e segnano un ulteriore passo verso una visione globale del patrimonio religioso e legislativo, storico e culturale d'Israele che i saggi sembrano voler proporre sotto il nome prestigioso di sapienza. Il Siracide, 24,10, cercherà di integrare in questa visione globale anche il culto, così assente dalla letteratura sapienziale, proponendo la sapienza quasi come l'artefice delle celebrazioni liturgiche d'Israele nel tabernacolo del deserto e nel tempio di Gerusalemme; in altri termini, vedendo nella prassi cultuale, regolata dalla legge, una saggia impostazione del rapporto dell'uomo con Dio, da cui non si può prescindere. Le entusiastiche presentazioni di Aronne e del sommo sacerdote Simeone II, Sir 45,6-22; 50,1-21, testimoniano un attaccamento al culto e al sacerdozio che, nel contesto sapienziale, va oltre l'istituzione come tale e li considera come parte integrante di quella sapienza che scende da Dio e ha trovato in Israele la sua dimora, Sir 24,8.
 
Conclusione
La sapienza, come recupero e attualizzazione del patrimonio specifico d'Israele e della sua esperienza più largamente umana, mediante l'applicazione dell'intelligenza e della riflessione diventa la mentalità dominante del giudaismo nei secoli dopo l'esilio. Attraverso questa mentalità continua a operare l'ispirazione di Dio, per cui la sapienza è la forma che assume ora la parola che egli continua a rivolgere al suo popolo. La sapienza diventa così via alla salvezza proposta a Israele: essa infatti rende gli uomini amici di Dio, a lui graditi, Sap 7,14. Siamo a un passo dalla «grazia» del Nuovo Testamento, che sarà accoglienza, ascolto e sequela di Gesù Cristo, «sapienza di Dio», 1Cor 1,30, via unica per arrivare a lui, Gv 14,6.
 
Nota: La poesia nella Bibbia
I libri sapienziali sono detti anche poetici, perché redatti quasi completamente in versi. La poesia ebraica, presente anche in moltissime pagine dei profeti e in altri libri, si esprime in una vasta gamma di forme: da quella più elementare del proverbio costituito da un solo verso, a quella elaboratissima, per esempio del Salmo 119. Non sempre è letterariamente sublime, ma è sempre manifestazione immediata e vivace di esperienze umane e di sentimenti profondi, vissuti in sintonia con la fede nel Dio d'Israele ed espressi con stile elevato e immaginoso.
L'unità metrica della poesia ebraica è data dal verso che si compone solitamente di due (raramente di tre) espressioni, strettamente collegate fra loro. E' questa la caratteristica fondamentale del verso ebraico, il cosiddetto parallelismo tra le due parti che lo compongono, per cui alla frase della prima parte se ne aggiunge una seconda che con altre parole ripete la prima (parallelismo sinonimico), oppure la sviluppa e la completa (parallelismo sintetico), oppure vi contrappone il suo contrario (parallelismo antitetico): per il primo caso cfr. per esempio Sal 19,2; per il secondo, Sal 42,2; per il terzo, Pro 10,1.
Il ritmo nei singoli versi si basa su un numero regolare di accenti principali, non contando le sillabe atone che intercorrono tra un accento e l'altro, il cui numero può quindi variare. Questo ritmo è talora problematico anche nel testo originale, ed è comunque improponibile in una traduzione, anche particolarmente felice del testo.
La poesia della Bibbia è generalmente accessibile a tutti; ma rimane la poesia di un popolo determinato. Ciò significa che se ne penetra il senso e se ne coglie la bellezza tanto più quanto maggiormente ci si familiarizza con la storia di questo popolo, i suoi personaggi, il suo linguaggio, la sua unica e inconcepibile esperienza di fede. Questo è infatti il terreno peculiare in cui la poesia della Bibbia affonda le sue radici, anche quando il suo respiro si fa più universalmente umano.