- Introduzione al Nuovo Testamento
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- [ di P. Rossano ]
- Il Nuovo Testamento è la raccolta
ufficiale degli scritti che stanno alla base della fede cristiana.
- Sono
27 libretti – in
maggioranza lettere, di cui alcune più brevi di una pagina di stampa –
ritenuti «sacri e canonici» (cioè divinamente ispirati e normativi per la
fede e l'agire dei cristiani) fin dal II secolo d.C., cioè a cominciare
dalla morte dell'ultimo apostolo. Perché questi scritti abbiano ricevuto il
singolare appellativo di Nuovo Testamento e perché soltanto essi e non altri
siano stati inclusi nella lista, sono questioni che sono state ampiamente
discusse dagli storici, le cui conclusioni si possono riassumere brevemente
così: i primi cristiani, fin dal giorno della risurrezione di Gesù e con più
lucida consapevolezza dal giorno della Pentecoste, considerarono la sua
vicenda terrena come l'intervento definitivo di Dio nella storia, come il
compimento messianico delle promesse fatte da Dio ad Abramo (cfr. Gn
12,3;
22,16-18)
e dell'alleanza sancita tramite Mosè con il popolo ebraico ai piedi del
Sinai (cfr. Es
19,5-8;
24,1-8).
Facendo appello a grandi testi profetici, in particolare di Ezechiele (36,25-28),
di Geremia (31,31) e di
Isaia (55,3;
59,21), i cristiani
ritenevano che l'alleanza mosaica era adesso realizzata e superata da una
nuova alleanza che veniva identificata e puntualizzata nei racconti
dell'ultima cena di Gesù (cfr.
1Cor
11,25; Lc
22,20; Mc
14,24; Mt
26,28). Secondo le
testimonianze letterarie a noi giunte, Paolo è stato il primo a denominare
alleanza antica i libri della legge mosaica (2Cor
3,14), dando in tal modo
il via all'applicazione di alleanza nuova agli scritti che riferivano
l'opera di Gesù.
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- IL NOME E GLI SCRITTI
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- Il lettore si domanderà, tuttavia,
di dove sia venuto l'appellativo Testamento, che può apparire singolare,
dato che finora si è parlato di alleanza. Le cose stanno così. L'alleanza
stipulata da Mosè, secondo la narrazione dell'Esodo (19,5),
si chiamava in ebraico berît, cioè patto, convenzione. I traduttori greci
della Bibbia (detta dei Settanta, nei secoli III e II a.C.) per tradurre
l'ebraico berît usarono non il vocabolo analogo synthêkê, ma per ragioni
teologiche, cioè per sottolineare la libera iniziativa divina nel disporre
gratuitamente dei suoi doni agli uomini, usarono il termine diathêkê, cioè
disposizione incontestabile, deliberazione ferma e definitiva, quale si
verifica soprattutto nelle decisioni testamentarie. Era quindi da attendersi
che i cristiani di lingua latina traducessero tale termine con il vocabolo
testamentum, che oltre tutto si addice pienamente agli avvenimenti
dell'ultima cena.
- Di fatto il termine testamentum si
trova usato in questo senso già verso il
200, negli scritti di
Tertulliano. Si noti però che, da giurista qual era, Tertulliano usa pure il
termine instrumentum, di schietto sapore notarile, per intendere gli scritti
sacri degli ebrei e dei cristiani. Tuttavia la denominazione Nuovo
Testamento è diventata corrente nella chiesa latina dagli inizi del III
secolo d.C. Nel verbale di condanna alla decapitazione di dodici cristiani
nella cittadina di Scillium, presso Cartagine, il
17 luglio
180, si legge questa
domanda rivolta dal proconsole Saturnino: «Che cosa c'è nella vostra
cassetta?». Sperato disse: «Libri e le lettere di Paolo, uomo giusto». La
risposta merita di essere ricordata, perché attesta la presenza di una
raccolta di libri sacri che i martiri portavano con sé come tesoro prezioso,
per trarne vigore e conforto nella prova che affrontavano. Agli occhi dei
funzionari romani erano i libri dell'anticultura, della rivoluzione
spirituale che stava per aggredire la compagine teocratica dell'impero e che
darà spazio al nuovo corso della civiltà e della storia in Occidente.
- Vogliamo ora dare uno sguardo al
modo in cui si è formata codesta raccolta. E' noto che i primi cristiani,
sull'esempio di Gesù e dei Dodici, consideravano sacre e ispirate le
Scritture degli ebrei (designate globalmente Legge, Profeti e Salmi: cfr. Lc
24,44), che venivano
lette e spiegate nelle sinagoghe e nelle famiglie. Nella seconda lettera a
Timoteo san Paolo gli ricorda come sia stato educato fin dall'infanzia a
conoscere le sacre Scritture dalla nonna Loide e dalla mamma Eunice (cfr.
2Tm
1,5;
3,15). Ora, insieme a
questi libri i discepoli di Gesù cominciarono a leggere nelle loro adunanze,
che avvenivano regolarmente nel «giorno del Signore» (cfr.
1Cor
16,2; At
20,16; Ap
1,10), anche le lettere
inviate dagli apostoli e le narrazioni contenenti le parole e i fatti del
Signore. Si trova testimonianza di ciò negli stessi scritti del Nuovo
Testamento, per esempio quando Paolo accenna alla lettura delle sue lettere
nelle assemblee (cfr. Col
4,16) o rievoca brani di
catechesi tradizionale trasmessa nelle adunanze; basti ricordare quanto
riferisce nella prima lettera ai Corinzi circa la cena del Signore (11,23-26)
e circa le manifestazioni comprovate di Gesù risorto (15,3-7).
Da queste letture nacque a poco a poco la raccolta degli scritti
neotestamentari.
- L'uso di uno scritto nelle riunioni
ecclesiali era una necessaria premessa per accoglierlo fra le Scritture
sacre; d'altra parte un testo veniva permesso e accettato nelle assemblee
soltanto se era considerato Scrittura sacra.
- Sulla base di queste due
affermazioni si spiegano certe oscillazioni e incertezze che durarono a
lungo circa la fissazione del canone dei libri sacri. E' evidente che nelle
varie regioni e province esistevano opinioni particolari e talora
divergenti; le chiese che avevano avuto l'onore di essere destinatarie di
uno scritto apostolico o di un testo evangelico tendevano a privilegiarlo.
Ciò spiega come i singoli scritti del Nuovo Testamento abbiano avuto destini
diversi. E' attestata una raccolta di lettere di san Paolo: ne fa
riferimento la seconda lettera di Pietro (3,16);
ma si riconobbero assai presto il vangelo tetramorfo o quadriforme, secondo
l'espressione di sant'Ireneo, il libro degli Atti, nato come prosecuzione
del vangelo di Luca, la prima lettera di Giovanni, connessa in qualche modo
con il quarto vangelo, e la prima lettera di Pietro. Invece per la lettera
agli Ebrei, l'Apocalisse, la seconda e la terza lettera di Giovanni, la
seconda di Pietro, le lettere di Giacomo e di Giuda in alcune regioni si
notano incertezze e solo lentamente si giunge a un consenso generale sul
loro inserimento nel canone.
- Parallelamente si notano qua e là
nel secolo II accessioni che verranno via via eliminate, come la Lettera di
Bàrnaba, il Pastore di Erma, la prima e la seconda Lettera di Clemente e
altri scritti ora raccolti sotto l'appellativo di padri apostolici o di
apocrifi. In quest'ultima categoria furono relegati assai presto scritti
considerati di lega inferiore o tendenziosi o appartenenti a gruppi non
pienamente integrati nella grande chiesa. Sembra infatti che la ragione
ultima e dirimente che ha motivato l'accettazione dei libri nel canone sia
stata la costatazione che questi libri soli erano accolti universalmente
nella chiesa. Influirono senza dubbio caso per caso anche il criterio
dell'origine o almeno dell'approvazione apostolica, la norma dell'ortodossia
e qualche rivelazione profetica, ma la ragione ultima e definitiva è da
cercarsi per tutti nell'accettazione universale delle chiese.
- Il più antico documento attestante
l'elenco dei libri del Nuovo Testamento è il Canone muratoriano, così detto
da Ludovico Antonio Muratori che lo scoprì nella Biblioteca Ambrosiana di
Milano e lo pubblicò nel volume III della sua opera monumentale Antiquitates
Italicae Medii Aevi, Milano
1740, pp.
851-854,
sulla base dell'unico manoscritto del secolo VIII (Ambros. J
101 sup.) proveniente da
Bobbio. Il documento esprime la norma della chiesa di Roma ed è concepito in
tono di autorità: «Noi accogliamo... Noi non riceviamo... La chiesa
cattolica non può accogliere...». L'autore, che era contemporaneo del papa
Pio I, morto nel
153 o
154, scrisse a Roma o
nelle vicinanze prima del
200, anzi probabilmente
verso la metà del secolo II, il che farebbe presumere che la stesura
originaria sia avvenuta in greco (cfr. Christs-Schmid-Stählin, Geschichte
der Griechischen Literatur, II/2,
Monaco
1964, p.
1125). Il Canone
muratoriano non menziona la lettera agli Ebrei, la lettera di Giacomo e la
terza lettera di Giovanni; si sa però che Ippolito Romano, morto nel
235 o
236, ammetteva la lettera
agli Ebrei e quella di Giacomo; quindi si ritiene che la chiesa di Roma
avesse già in questo periodo il canone completo.
- Non dissimile la situazione del
canone in Oriente. Lo storico Eusebio di Cesarea così ne riferisce al
capitolo XXV del libro III della Storia ecclesiastica, scritta verso l'anno
300 d.C.: «Arrivati a
questo punto ci pare conveniente dare l'elenco degli scritti della nuova
alleanza di cui già si è parlato. In primo luogo si deve elencare il sacro
quaternario dei vangeli, al quale segue il libro degli Atti degli Apostoli.
Poi le lettere di Paolo e subito dopo la prima lettera attribuita a Giovanni
e la prima di Pietro. Credendo opportuno si può aggiungere anche
l'Apocalisse di Giovanni, su cui si sono pronunciati diversi giudizi che
esporremmo a suo tempo. Questi i libri accettati con consenso unanime.
Quelli poi che sono contestati, sebbene abbiano il consenso di molti, sono i
seguenti: la lettera attribuita a Giacomo, la lettera di Giuda, la seconda
di Pietro e le lettere dette seconda e terza di Giovanni, siano esse di
Giovanni l'evangelista o di un suo omonimo. Fra gli apocrifi sono da
annoverare: gli Atti di Paolo, il libro intitolato il Pastore, l'Apocalisse
di Pietro, l'Epistola attribuita a Bàrnaba, la Dottrina degli Apostoli e,
come già dissi, l'Apocalisse di Giovanni, della quale sopra si è osservato
che, mentre alcuni la rigettano, altri l'aggiudicano fra gli scritti di
riconosciuta canonicità. Alcuni pongono in questa categoria anche il Vangelo
degli Ebrei, caro soprattutto agli Ebrei che hanno accettato il Cristo. E
questo basti per i libri contestati».
- Dopo il
400 ogni dubbio si
dilegua e si riscontra un consenso universale sul canone. Nuove
contestazioni sorgeranno soltanto nel secolo XVI, quando Lutero rigettò per
ragioni dottrinali la lettera agli Ebrei, quelle di Giacomo e di Giuda e
l'Apocalisse, ma non ebbe seguito. Zwingli respinse soltanto l'Apocalisse,
Calvino riconobbe tutto il canone del Nuovo Testamento. Dopo di lui tutte le
chiese della Riforma riconobbero praticamente, per ciò che riguarda il Nuovo
Testamento, l'intero canone cattolico.
-
- IL CONTENUTO E LE FORME
LETTERARIE
-
- Il contenuto e il messaggio
centrale del Nuovo Testamento consistono in un avvenimento storico, e più
precisamente in un personaggio, Gesù di Nazaret, che dopo la morte e la
risurrezione ricevette dai suoi discepoli il titolo di Mashiah, cioè unto,
consacrato, in greco Christós, un appellativo che era applicato nella
tradizione ebraica anzitutto al re, poi ai sacerdoti consacrati con
l'unzione, e infine, in maniera eminente, al liberatore promesso della
discendenza di Davide. Di qui la denominazione di Gesù Cristo, che invalse
presto come nome proprio, ma originariamente era una vera professione di
fede, «Gesù il Cristo», cioè il Messia promesso nelle Scritture sacre.
- Questa proclamazione fondamentale di
fede viene detta in linguaggio tecnico chèrigma (kêrygma), cioè annuncio e
proclamazione che Dio ha dato agli uomini il regno promesso e la salvezza in
Gesù Cristo. Il cherigma rappresenta perciò il nucleo osseo, la struttura
portante di tutto il Nuovo Testamento. Nelle linee essenziali lo si può
riassumere così: il tempo della promessa è arrivato; Dio ha inviato agli
uomini il Messia e Salvatore, Gesù di Nazaret. Le autorità degli Ebrei e dei
Romani lo hanno crocifisso ed egli morì per i peccati degli uomini e fu
sepolto, ma il terzo giorno si è manifestato risorto e vivente con Dio. Ora
se ne attende la venuta e l'apparizione gloriosa (parusìa) alla fine della
storia. Quelli che credono in lui ne ricevono lo Spirito e formano la chiesa
che lo attesta e ne dà l'annuncio a tutti i popoli, i quali sono invitati a
convertirsi, credere nella buona novella e portare frutti di vita nuova nel
segno della giustizia e dell'amore.
- In tal modo il cherigma si prolunga
spontaneamente nella parènesi, cioè in una serie di dettati morali per i
discepoli di Gesù, affinché la loro condotta sia conforme alla nuova
stagione della storia in cui sono entrati. In tutto il Nuovo Testamento le
sezioni cherigmatiche si alternano con sezioni parenetiche, anzi spesso si
rapportano palesemente l'una con l'altra; il cherigma è il fondamento della
parenesi e questa scruta i significati e le valenze del cherigma per trarne
lezioni morali, come queste: «E' stata immolata la nostra Pasqua, Cristo!
Celebriamo dunque la festa non tra lievito vecchio, né in lievito di malizia
e perversità, ma con azzimi di purezza e verità» (1Cor
5,7-8);
«Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi
reciprocamente, come Dio vi ha perdonato in Cristo. Imitate Dio, come figli
diletti, e camminate nell'amore sull'esempio del Cristo che vi ha amato e ha
offerto se stesso per voi, oblazione e sacrificio di soave odore a Dio» (Ef
4,32 -
5,2). Assai visibile è
l'alternanza di cherigma e parenesi nella struttura dei vangeli e nelle
lettere di san Paolo; così, per esempio, i vangeli, dopo l'annuncio
dell'avvento del regno di Dio con cui Gesù inaugura la sua missione,
riferiscono il discorso della montagna, che contiene le esigenze morali del
regno. Nelle lettere di san Paolo le pagine dedicate al richiamo degli
elementi fondamentali della predicazione sono seguite da interi capitoli di
direttive e di annotazioni sul comportamento da tenere nella vita. Così
avviene nelle lettere ai Romani, ai Galati, agli Efesini e ai Colossesi.
- Schematizzando un poco, si possono
ridurre cherigma e parenesi al grande binomio fede e carità: la fede
accoglie l'annuncio di ciò che Dio ha effettuato in Gesù Cristo, la carità
lo traduce in pratica, facendo della donazione divina l'archetipo e il
principio ispiratore dell'esistenza cristiana.
- Ma fin dai primordi della vita
cristiana al binomio fede-carità si trova associata la speranza, che è il
terzo capitolo del vivere cristiano, cioè l'attesa dello svelamento di ciò
che si possiede nel chiaroscuro della fede e si esprime nell'«impegno della
carità» (1Ts
1,3). La speranza trova
così il suo appoggio documentario in una terza componente del Nuovo
Testamento, l'escatologìa. Ordinariamente, quando si dice escatologico o
profetico si è tentati subito di guardare al futuro o addirittura alla fine.
Ciò è esatto soltanto in parte. La dimensione escatologica si rapporta alla
totalità, allo svelamento delle latitudini e longitudini cristiane, il che
avverrà sì alla fine dei tempi, ma già possiede la sua attualità, perché in
Gesù Cristo sono già presenti e offerti agli uomini i doni messianici;
soltanto se ne attende il compimento e la manifestazione (cfr.
1Cor
13,12-13;
1Gv
3,2-3).
- Al pari della parenesi morale,
l'annuncio e l'attesa escatologica permeano tutti gli scritti del Nuovo
Testamento. C'è escatologia nelle parabole e nel discorso delle beatitudini
non meno che nelle parole di Gesù sulla fine di Gerusalemme e del mondo; c'è
escatologia nelle lettere di Paolo e di Pietro, di Giacomo, di Giuda e di
Giovanni e soprattutto nell'Apocalisse, dove convengono e s'incontrano, come
nella crociera di una cattedrale gotica, tutte le tensioni dell'Antico e del
Nuovo Testamento che puntano verso la piena partecipazione ai beni
messianici. E il linguaggio escatologico possiede un suo repertorio
linguistico convenzionale. Lo sguardo sull'aldilà, oltre il velo sensibile
degli avvenimenti, viene effettuato per mezzo di una simbologia maturata in
esperienze e tradizioni diverse. Sono perciò quelle escatologiche le parti
più oscure del Nuovo Testamento, dove il lettore non specializzato dovrà
affidarsi alla guida degli esperti e dei commentatori.
- Cherigma, parenesi ed escatologia
sono le forme elementari in cui si presenta tutto il contenuto del Nuovo
Testamento. Si aggiunga che si tratta di un patrimonio che viene trasmesso
sull'autorità di Gesù, che ne è all'origine, e della comunità apostolica che
l'ha raccolto e formulato. E' emblematica a questo riguardo l'affermazione
di Paolo: «Vi ho trasmesso quello che ho ricevuto» (1Cor
15,3); lo stesso
apostolo sul finire della vita terrena raccomanda a Timoteo: «Custodisci il
deposito» (1Tm
6,20), con chiaro
riferimento al contenuto sapienzale della fede di cui è il responsabile e
depositario.
-
- TEOLOGIA E ACCULTURAZIONE
-
- Non si deve ritenere tuttavia che
il contenuto del Nuovo Testamento consista soltanto nell'annuncio (cherigma),
nelle indicazioni morali che vi sono implicite (parenesi) e nelle
prospettive di speranza per il futuro (escatologia). Esiste anche nel Nuovo
Testamento il frutto di riflessioni, meditazioni, analisi e sintesi
effettuate da singoli apostoli e maestri delle comunità cristiane di fronte
all'evento della salvezza che Dio ha offerto agli uomini nella persona e
nell'opera di Gesù Cristo.
- Il lettore del Nuovo Testamento
trova un segno evidente di ciò là dove san Paolo si preoccupa di distinguere
tra gli ordini che impartisce come precetti del Signore e ciò che raccomanda
o consiglia nel proprio nome: «Agli sposati ordino, non io ma il Signore,
che la moglie non si separi dal marito... Agli altri dico io, non il
Signore... Riguardo alla verginità, non ho precetti dal Signore, ma do un
consiglio, come uno che merita fiducia per la misericordia del Signore» (1Cor
7,10.12.25).
Anche gli studi recenti circa la storia della «tradizione», della
«formazione», della «redazione» dei testi evangelici hanno fatto luce sugli
adattamenti che sono avvenuti, in molte parole di Gesù, alla «situazione
esistenziale» delle comunità e sulle differenziate prospettive secondo le
quali i singoli evangelisti hanno «redatto» la narrazione degli eventi
trasmessi dalla comunità apostolica. E' noto poi che in alcune sezioni del
vangelo di Giovanni, come nel discorso di Gesù con Nicodemo (c.
3) e in quello eucaristico
successivo alla moltiplicazione dei pani (c.
6), è perlomeno
problematico definire dove si trovi il punto di demarcazione fra le parole
pronunciate da Gesù e le riflessioni che sono proprie dell'evangelista.
- Lo stesso Paolo, inoltre, enuncia la
distinzione tra insegnamento elementare che impartisce ai principianti e
«sapienza» superiore, alla quale possono accedere soltanto i perfetti e i
progrediti nella fede (cfr.
1Cor
2,6ss; Eb
5,12ss). E' ricorrente
poi in Paolo l'espressione «il mio vangelo» (cfr. Rm
2,16;
16,25;
2Cor
4,3; Gal
1,3;
2,2) con la quale designa
il cuore della sua predicazione missionaria, e cioè la salvezza viene data a
tutti mediante la fede in Gesù Cristo, senza che siano necessarie le
prescrizioni della legge mosaica. Non meno tipiche sono le affermazioni
teologiche di san Giovanni su «Dio amore» (1Gv
4,16), «Dio luce» (1Gv
1,5), che rivelano una
comprensione particolare del mistero di Dio e di ciò che ha effettuato
donando agli uomini Gesù Cristo, «suo Figlio Unigenito» (Gv
3,16). Esiste quindi già
una riflessione teologica nel Nuovo Testamento, e ne sono autori principali
Paolo e Giovanni, i quali innestano sul dato tradizionale un pensiero
teologico approfondito, frutto di meditazione sulle parole e sull'opera del
Signore e sull'Antico Testamento alla luce di Cristo, con una personale
elaborazione speculativa dell'esperienza vissuta. Basta leggere il prologo
del vangelo di Giovanni, l'esordio della lettera agli Efesini, i cc.
7-8
della lettera ai Romani o la lettera agli Ebrei per rendersi conto delle
acquisizioni del pensiero e delle prospettive sapienziali che si aprono alla
meditazione dell'evento di Cristo. Si tratta di un'attività speculativa
riconosciuta dalla chiesa e recepita nel canone delle Scritture, la quale
servirà come fonte e norma per tutti gli sviluppi successivi che fioriranno
nella storia, a cominciare da Origene, a san Tommaso e san Bonaventura, fino
a Newman e Rahner tra i cattolici, Karl Barth tra i protestanti.
- In connessione con l'elaborazione
teologica del dato neotestamentario si deve aggiungere, per la funzione
paradigmatica che assume verso il cammino del vangelo nella storia, una
seria considerazione sul pluralismo culturale codificato negli scritti
neotestamentari, che permette di ravvisare in essi una acculturazione
ebreo-cristiana, ellenico-cristiana e gnostico-cristiana. Merita di essere
letta qui una pagina del decreto Ad Gentes del Concilio Vaticano II circa
l'attività missionaria della chiesa: «Il seme della parola di Dio, quando
germoglia in una terra buona, irrigata dalla rugiada divina, ne trae il
succo, lo trasforma e lo assimila per portare frutto. Così pure, sul modello
dell'economia dell'incarnazione, le nuove chiese radicate in Cristo e
costruite sul fondamento degli apostoli assumono in uno scambio mirabile
tutte le ricchezze delle nazioni che sono date in eredità a Cristo. Esse
prendono dalle tradizioni e consuetudini dei loro popoli, dalla loro
sapienza e dottrina, dalle arti e dalle discipline tutto ciò che può servire
a celebrare la gloria del Creatore, a illustrare la grazia del Salvatore e a
bene ordinare la vita cristiana. Per realizzare questo è necessario che in
ciascuna delle grandi aree socioculturali venga stimolata una riflessione
teologica la quale, alla luce della tradizione della chiesa universale,
sottoponga a nuova indagine i fatti e le parole rivelate da Dio, consegnate
nelle sacre Scritture e spiegate dai padri e dal magistero della chiesa» (n.
22). Questa pagina
conciliare di alto valore deittico trova il modello ispiratore e la
giustificazione già nel Nuovo Testamento.
- Una delle acquisizioni recenti della
storia delle origini cristiane è la partizione già visibile nel corpus
neotestamentario tra chiese di provenienza giudaica, ellenica e asiatica.
Ciascuno di questi tre gruppi di chiese ha la sua matrice in un'area
geografica bene individuata: la Giudea per le comunità giudeo-cristiane, la
Macedonia e l'Acaia per le ellenico-cristiane, e le valli del Lico e del
Caistro, nella regione di Efeso, capitale della provincia proconsolare
dell'Asia; si collocano su quest'ultimo sfondo e ne lasciano intravedere la
filigrana le lettere agli Efesini e ai Colossesi, il prologo del quarto
vangelo e la prima lettera di Giovanni, nonché le lettere alle «sette
chiese» che si leggono nei primi tre capitoli dell'Apocalisse.
- Sono dunque emergenti nel Nuovo
Testamento tre tipi di comunità e quindi di tre incarnazioni culturali, tre
espressioni caratteristiche, convergenti e complementari della riflessione
cristiana sull'evento salvifico di Cristo.
- Vi è anzitutto l'espressione
giudeo-cristiana delle comunità convertite dal popolo ebraico. La loro culla
è la Giudea, ma vi sono gruppi e correnti giudeo-cristiane in quasi tutte le
aree in cui è stato predicato il vangelo. Si è generalizzato troppo sul
rifiuto di Cristo da parte degli Ebrei. Le prime leve di cristiani
provenivano dalla sinagoga, e ciò sia a Gerusalemme e nella Palestina, sia
in tutto l'arco del Mediterraneo, dove era diffusa la diaspora ebraica. La
chiesa madre di Gerusalemme in particolare era composta di Ebrei i quali,
venendo al vangelo, non avevano ripudiato le tradizioni e le osservanze
mosaiche. Quando Paolo arriva a Gerusalemme, prima di essere fatto
prigioniero, si sente intimare da Giacomo alla presenza di tutti gli
anziani: «Vedi, o fratello, quante migliaia di Giudei hanno abbracciato la
fede, e tutti sono osservatori zelanti della legge» (At
21,20). Il vangelo di
Matteo si colloca in questo ambiente: «Per questo ogni scriba che è
diventato discepolo del regno dei cieli è simile a un padre di famiglia che
tira fuori dal suo scrigno cose nuove e antiche» (Mt
13,52), dove è
esplicito il riferimento alle «cose nuove» dell'età messianica, che ne
rappresentano la pienezza e il compimento.
- In realtà le comunità
giudeo-cristiane si distinguevano per l'osservanza puntigliosa della legge
mosaica, ad eccezione, è evidente, di quei punti che erano stati
esplicitamente abrogati da Cristo con «autorità» (cfr. Mt
7,29). Nella loro
dottrina, conforme alle tendenze apocalittico-escatologiche del giudaismo
contemporaneo, un grande rilievo era dato alla cosmografia; di qui le
dimensioni simboliche della croce nei graffiti, l'insistenza sul descendit
ad inferos e l'ascendit in coelos nella professione di fede, e il grande
rilievo dato all'angelologia e alla demonologia, come appare nelle lettera
di Giuda e nella seconda di Pietro. Gesù è il Profeta annunciato da Mosè nel
Deuteronomio (18,15);
il Servo di Dio, sul quale si è posato lo Spirito del Signore (cfr. Mt
3,17); la comunità
ecclesiale è pensata come una scuola dove si trasmettono gli insegnamenti
del Maestro, e la missione come un discepolato. In conseguenza del rilievo
dato alla legge, il messaggio di Gesù viene chiamato, con espressione
rabbinica e con allusione al compimento della Tôrah, «la legge perfetta
della libertà» (Gc
1,25); la comunità è
presieduta dagli anziani; i raduni rassomigliano alle adunanze degli Ebrei:
non stupisce quindi che l'assemblea (o il luogo in cui essa si raccoglie)
venga chiamata singolarmente da Giacomo (2,2)
sinagoga. In particolare la parenesi assume movenze profetiche e sapienziali,
si connette spontaneamente con gli esempi dell'Antico Testamento. Il culto,
i sacramenti, i voti, gli esorcismi, l'unzione degli infermi sono modulati
sulle pratiche del giudaismo devoto. Teologia, antropologia e soteriologia
vengono formulate in maniera simbolica, attingendo dal dottrinario eclettico
dell'epoca. In una parola, l'esistenza cristiana si trova ad essere pensata
ed espressa nel contesto della tradizione giudaica.
- Accanto a questa inculturazione
ebraica del messaggio di Cristo si trova nel Nuovo Testamento una forma
ellenica, di cui è stato autore san Paolo. Punto focale di questo
cristianesimo è la città di Corinto con le due lettere di san Paolo, e la
più tipica espressione letteraria è rappresentata dall'opera di Luca, con il
vangelo e gli Atti. Qui c'è nello sfondo una teologia naturale e un'etica
razionale che si ispira alla considerazione della natura. Sta al centro
l'antropologia, conforme all'inclinazione dei greci: l'uomo è il malato da
guarire, il soggetto da educare e portare a pienezza di perfezione. Il
cristiano è uno che ha fatto l'esperienza dell'amore di Dio che gli ha
donato il suo Spirito; e lo Spirito è la nuova legge interiore che lo
affranca dal peso delle osservanze legali e lo rinnova interiormente, sì da
farne un figlio adottivo di Dio. La comunità è pensata sull'analogia
dell'assemblea (ekklêsía) cittadina e anche con l'immagine
stoico-ellenistica di un corpo di cui i singoli cristiani sono membra. Le
adunanze liturgiche e rituali quando degenerano potrebbero rassomigliare
alla cene degli dèi (cfr.
1Cor
10,21) e alle
celebrazioni misteriche; l'assemblea è vivificata da spirituali carismatici
i quali fungono da presidenti e ispettori (epískopoi). L'etica assume gli
ideali normativi greci del decoro, dell'ordine, del bello,
dell'autosufficienza; la teologia e la cristologia accolgono la titolatura
del culto imperiale; grande rilievo è dato a Cristo come sapienza di Dio e
rivelatore del mistero divino.
- Ma già nell'età apostolica in alcune
aree del Mediterraneo orientale (Samaria, Antiochia di Siria, Efeso e valli
finitime) si nota il coagularsi di temi che, frutto di una lunga tradizione
di ascendenze diverse, prenderanno corpo nel movimento della gnosi e dello
gnosticismo dei secoli II e III d.C. C'è chi pensa la realtà sullo schema di
un dualismo fra spirito e materia, anima e corpo, luce e tenebra, verità ed
errore, eterno e temporale, e nell'abisso che si spalanca tra le due sponde
si inserisce una serie di mediatori buoni e cattivi. La condotta e il
comportamento pratico vengono legati a pratiche astensionistiche e a
osservanze esoteriche, la cui conoscenza permette di evitare le
contaminazioni della materia, delle tenebre, dell'errore, conferendo agli
elementi divini che si trovano nell'uomo la capacità di raggiungere la
destinazione del regno della luce e della vita donde sono caduti. In questa
temperie culturale Gesù viene presentato come il Lógos, il mediatore che dal
regno della vita e della luce presso Dio è venuto nella dimora oscura degli
uomini per svelare la conoscenza dei segreti divini, della retta via che
permette di raggiungere la Verità e la Divinità. Egli è la luce del mondo,
il pane della vita; le sue parole sono spirito e vita; la conoscenza della
sua persona e della sua origine sono il segreto dell'immortalità, egli è il
datore della conoscenza che porta alla vita. La comunità è pensata alla
maniera di un gregge radunato attorno al pastore, dove tutti sono ugualmente
discepoli di Cristo. E' il clima culturale del vangelo di Giovanni, delle
lettere della prigionia e, sotto certi aspetti, di quelle pastorali di
Paolo. Il rischio di queste chiese è il disprezzo del mondo e della materia,
la tentazione di negare che Cristo sia venuto nella carne e che il suo corpo
di carne sia illusorio: si ricordino gli ammonimenti delle lettere di
Giovanni. La prospettiva è cristocentrica: Gesù è il punto di conciliazione,
il mediatore in persona; si pensi al prologo del vangelo di Giovanni,
all'esordio della lettera agli Efesini e soprattutto all'inno cristologico
della lettera ai Colossesi (1.15-21).
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- LINGUA - TESTO - EDIZIONI
CRITICHE
-
- La lingua in cui fu scritto il
Nuovo Testamento è il greco. Una tradizione antica e attendibile, ma di
interpretazione controversa, attribuisce a Matteo la stesura del suo vangelo
in lingua aramaica (o ebraica?), ma se ciò sia avvenuto non possiamo
documentarlo, essendo giunto a noi di Matteo soltanto un testo greco. E'
certo tuttavia che non poche parti del Nuovo Testamento devono avere avuto
una preesistenza in ebraico o in aramaico – ne è un caso evidente il cantico
di Maria, il Magnificat (Lc
1,46-55)
– ma la loro identificazione rimane oggetto di ricerche erudite, poiché non
v'è dubbio che la redazione dei testi, quali sono giunti fino a noi, è
avvenuta in greco e precisamente in quel greco popolare che in seguito alla
conquista di Alessandro Magno era diventato la lingua franca, il «dialetto
comune» (koinê diálektos) di tutta l'area mediterranea. Gli autori del Nuovo
Testamento si collocano perfettamente in quest'ambiente. Data l'origine
ebraica della maggior parte di essi e l'utilizzazione di tradizioni di
origine aramaica, non fa meraviglia ritrovare sotto la loro penna l'accento
inconfondibile dei semiti; la particolare formazione greca di altri o di
loro collaboratori spiega il decoro letterario di Luca, dell'autore della
lettera agli Ebrei e della prima lettera di Pietro, che sappiamo essere
stata redatta da Sila o Silvano (5,12).
L'internazionalità di Paolo e il suo genio personale si riflettono nel suo
stile e lo rendono inconfondibile.
- Gli esemplari originali degli
scritti sono andati perduti, coinvolti nel generale destino di tutte le
opere letterarie dell'antichità, ma la trasmissione del testo si trova in
una condizione di singolare privilegio in confronto ai libri del tempo. La
più antica testimonianza oggi conosciuta è un frammento di papiro datato tra
il
120-130
d.C., proveniente da Faiyum o da Ossirinco, e appartenente alla Biblioteca
John Rylands (Manchester); fu pubblicato nel
1935 da C. H. Roberts e
contiene il dialogo di Gesù con Pilato (Gv
18,31-33.37-38).
Verso il
150 fu scritto il papiro
Egerton che trasmette alcuni detti evangelici; verso il
200 il grande papiro
Bodmer con tutto il quarto vangelo. Al secolo III appartengono tre grandi
papiri Chester Beatty, contenenti circa un terzo del Nuovo Testamento. Nel
secolo IV i cristiani ormai liberi redigono i grandi codici su pergamena,
contenenti spesso tutti i libri sacri: celebri fra tutti il Vaticano,
scritto verso il
350 in Egitto, e il
Sinaitico leggermente posteriore, ora al British Museum.
- Dal secolo V fino al Medioevo i
testi sono numerosissimi:
2500 codici tra
maiuscoli (onciali) e minuscoli,
1600 lezionari (libri
liturgici contenenti brani per la lettura in chiesa), oltre
60 papiri assicurano al
testo del Nuovo Testamento un posto di assoluto privilegio tra tutte le
opere dell'antichità. Basti pensare che nessun codice di classici greci è
più antico della cosiddetta rinascita bizantina (secoli IX-XI) e il più
antico manoscritto di Platone, conservato a Oxford, è dell'anno
895 d.C.
- In base a questa ricchezza di testi,
debitamente vagliati e distribuiti per gruppi e famiglie, tenendo conto
delle numerose citazioni degli scritti ecclesiastici a partire dal secolo II
e delle versioni più antiche (latina, copta, siriaca, armena, georgiana)
effettuate tra i secoli II e V d.C. ad uso delle differenti chiese, furono
composte nel secolo XVIII le prime edizioni critiche. Non si può ritenere
tale infatti quella effettuata da Erasmo nel
1516, che offre il testo
volgato nell'impero bizantino e che servì di base alle prime versioni
dall'originale protestanti e cattoliche. Tra le edizioni critiche
contemporanee ricordiamo il Novum Testamentum graece et latine di A. Merk, a
cura del Pontificio Istituto Biblico, Roma, e il Novum Testamentum graece di
E. Nestle (Stoccarda). Tali edizioni, rispettivamente cattolica e
protestante, sono state sostituite nell'uso da una nuova edizione aggiornata
di carattere ecumenico, pubblicata nel
1966 a cura delle
maggiori società bibliche del mondo, dal titolo The Greek New Testament: vi
hanno collaborato K. Aland, M. Black, C. M. Martini, B. M. Metzger, A.
Wikgren. La presente versione del Nuovo Testamento è stata effettuata
principalmente su quest'ultima edizione, tenendo tuttavia presente la
situazione generale della critica neotestamentaria.
- La divisione del testo in capitoli e
versetti è anteriore alle edizioni critiche e posteriore ai codici. La
ripartizione in capitoli è stata effettuata nel
1214 da Stefano Langton,
cancelliere dell'Università di Parigi, poi arcivescovo di Canterbury; quella
in versetti è dovuta a Robert Estienne, che operò con criteri piuttosto
spicci ed empirici durante un viaggio in diligenza che lo portava da Lione a
Parigi nel
1551.
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- CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI DEL
NUOVO TESTAMENTO
-
- Se gli scritti del Nuovo Testamento
si collocano tutti nell'arco di tempo che va dal
50 al
100 d.C., gli avvenimenti
che vi sono narrati trovano il loro epicentro nella prima metà del secolo,
cioè nella vicenda di Gesù Cristo e negli eventi che ne seguirono. Si tratta
di fatti che si inseriscono in una chiara cornice geografica, sociale e
cronologica sulla quale sono puntati da secoli gli occhi degli studiosi,
attenti a vagliare i dati letterari offerti dal Nuovo Testamento alla luce
di ciò che viene attestato via via dall'archeologia, dall'epigrafia, dalla
letteratura comparata, dall'annalistica profana, dalla storia del costume e
della cultura di quell'età.
- Le notevoli difficoltà che
s'incontrano nel determinare le date e fissare un quadro cronologico sono le
stesse che per la storia antica, ma si aggiunge per il Nuovo Testamento che
i suoi autori si sentivano estranei alle manifestazioni ufficiali
dell'impero e non si curarono del calendario del tempo, del resto assai
confuso e differenziato per l'accavallarsi di varie cronologie (èra delle
Olimpiadi, èra dei Seleucidi, èra di Anzio, anni ab urbe condita, ecc.) e
guardavano alla realtà e al significato di ciò che attestavano assai più che
al sincronismo storico.
- Il Nuovo Testamento indica spesso
cronologie relative: «L'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare» (Lc
3,1), «dopo quattordici
anni» (Gal
2,1), «per due anni» (At
28,30), ecc. Ma la
fissazione di queste date non è agevole. Qual è l'anno XV di Tiberio Cesare?
Vi sono almeno quattro possibilità di computarlo, a seconda che si consideri
l'anno primo: questo infatti si può contare dal giorno della morte di
Augusto (12 agosto del
14 d.C.), oppure dal
giorno in cui Tiberio gli fu associato al potere in qualità di collega
imperii, il che avvenne nel
12 d.C. Ma supponendo che
l'anno primo decorra dalla morte di Augusto, si può considerare come anno
primo sia il periodo che decorre tra il
19 agosto e il
31 dicembre, sia il
periodo tra il
19 agosto e il
18 agosto dell'anno
successivo, sia il periodo tra il
19 agosto e la fine
dell'anno calcolato alla maniera rabbinica e siriaca del tempo, che faceva
terminare l'anno il
30 settembre. Già da qui
si comprende quanto sia difficile proporre una cronologia assoluta, la quale
anche nei casi migliori deve sempre contare su uno scarto di qualche mese o
anche di anni.
- La nascita di Gesù avvenne durante
l'impero di Augusto (Lc
2,1), in occasione del
censimento di Quirino (2,2),
verso la fine del regno di Erode (Mt
2,1). La data si può
precisare sulla base di due fatti: la morte di Erode avvenuta l'anno
4 a.C. e il censimento di
Quirino che si può fissare verso l'anno
7 o
8 a.C. Gesù sarebbe quindi
nato circa
6 anni avanti l'èra
volgare, cioè verso l'anno
748 dalla fondazione di
Roma. E' stato un errore del monaco Dionigi il Piccolo fissare l'anno primo
di Cristo nell'anno
754 di Roma.
- L'inizio della predicazione di
Giovanni Battista avvenne l'anno XV dell'impero di Tiberio: se si computa
con la maggior parte degli autori che tale anno dell'impero di Tiberio
incomincia dal
1° ottobre del
27 d.C. (computo siriaco),
Gesù doveva avere allora
33 anni, il che quadra
perfettamente con quanto nota l'evangelista Luca (3,23)
che gli attribuisce «circa
30 anni». La morte di Gesù
che avvenne, secondo l'opinione più fondata, dopo circa due anni e mezzo di
ministero, si colloca in un anno in cui il
14 di Nisan (plenilunio di
marzo) cade di venerdì (Gv
19,31), il che avvenne
negli anni
29,30,31,33,34;
l'opinione più seguita pone la morte di Gesù nell'anno
30; sarebbe così avvenuta
il
7 aprile di tale anno,
mentre era procuratore della Giudea il cavaliere Ponzio Pilato, che tenne la
carica dal
26 al
36 d.C.
- La cronologia di san Paolo ha un
punto sicuro nell'incontro avvenuto con Gallione, fratello di Seneca e
proconsole a Corinto (At
18,12). Da una lettera
dell'imperatore Claudio ai cittadini di Delfi, conservata nel museo della
città, si ricava che il proconsolato di Gallione è contemporaneo alla XXVI
acclamazione imperiale di Claudio, la quale è avvenuta, secondo altre
attestazioni, agli inizi dell'anno
52 d.C. Se dunque Paolo è
stato portato al tribunale di Gallione dopo
18 mesi di soggiorno a
Corinto, dovette arrivare nella città verso la fine dell'anno
50. In quel tempo Paolo
inviava da Corinto le due lettere ai neofiti di Tessalonica, scritti che
rappresentano l'inizio della racconta del Nuovo Testamento. Analogo
sincronismo permette di affermare che Paolo ha lasciato la prigionia di
Cesarea per essere giudicato al tribunale imperiale di Roma durante
l'inverno del
60-61,
cioè all'inizio della procura di Festo che succedette a Felice nel
59 d.C.
-
- PERCHE' ACCETTIAMO IL NUOVO
TESTAMENTO
-
- Non sembrerà superfluo, a
conclusione di questa breve introduzione, sollevare la domanda sulle ragioni
che inducono il cristiano ad accettare il Nuovo Testamento e a farne la base
e il contenuto della sua fede. Ci domandiamo dunque: perché il cristiano
aderisce al Nuovo Testamento e non ai testi fondamentali di altre religioni,
anche se riconosce in essi la presenza di valori che riflettono un «raggio
di quella verità che illumina tutti gli uomini»? Quest'ultima espressione è
del Concilio Vaticano II, il quale ha invitato a più riprese i cristiani a
rendersi edotti del patrimonio spirituale dell'umanità, conoscere i valori
spirituali e morali delle tradizioni religiose e rapportarli a Cristo, «nel
quale gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa» (Nostra aetate,
2). La prima risposta
semplice e solida che viene alle labbra è: il cristiano accetta il Nuovo
Testamento perché vi trova riferite con semplicità e fedeltà le parole e
l'opera di Gesù Cristo e ciò che di lui hanno attestato e pensato gli
apostoli e la comunità primitiva. E' un'affermazione incontrovertibile e
sarebbe segno di insopportabile dilettantismo o di malafede sostenere il
contrario. Sappiamo che sono presenti nel Nuovo Testamento generi letterari
diversi, simbolismi e procedimenti stilistici tributari di culture passate,
metodi storiografici non più consoni alla mentalità moderna; tuttavia da una
lettura pacata dei testi emerge la convinzione che essi intendono riferire
parole e fatti realmente accaduti nella storia, sui quali un'intera comunità
impegna la propria testimonianza. Questa certezza del valore storico del
Nuovo Testamento ha attraversato i secoli, non è venuta mai meno nelle
chiese e ha resistito a tutte le verifiche che l'indagine scientifica,
giustamente, ha voluto avanzare. Si può quindi ritenere con sicurezza che il
Nuovo Testamento riferisce con fedeltà e sincerità di Gesù e del suo
operato.
- Ma a questo punto non si ha ancora
la risposta all'interrogativo avanzato all'inizio. Si è soltanto compiuto un
passo preliminare, spostando la questione del Nuovo Testamento al suo
protagonista. La domanda cade così necessariamente su Gesù stesso e suona:
perché si accetta Gesù Cristo? Si entra in questo modo nel vestibolo del
tempio, in un'area dove chiari cartelli indicatori segnano il varco della
fede. Dire perché si accetta Gesù quale rivelatore di Dio, come dono di Dio
e Dio stesso in mezzo agli uomini, è impresa ardua e semplice a un tempo.
Ardua e quasi impossibile sotto un certo aspetto, perché ogni autentica
adesione di fede ha radici esistenziali molteplici e praticamente
insondabili; ma al tempo stesso è facile perché il cammino è già stato
tracciato e ogni risposta sfocia nelle parole pronunciate da Nicodemo quando
andò a incontrare Gesù di notte e gli disse: «Maestro, sappiamo che sei
venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può fare questi segni che tu
fai, se Dio non è con lui» (Gv
3,2). Gesù, con tutto
quello che ha detto e ha fatto e che i suoi discepoli attestano di lui, è
una figura storica che pone interrogativi e costituisce per tutti un
problema. Ora, se si vuole risolvere tale problema, le risposte ragionevoli
non sono molte, anzi sembrano essere una sola, che cioè egli sia davvero ciò
che ha affermato di essere, ciò che hanno creduto di lui i suoi discepoli.
Credere in Gesù è un atto più rigoroso e ragionevole che rifiutarlo; di
tutte le ipotesi che si possono avanzare su di lui per spiegarlo, l'unica
che resiste al vaglio della critica è quella che si apre sull'atto di fede,
accettandolo nella pienezza del suo mistero. Tuttavia accanto a questa
ragione storica e deduttiva che fa accettare Gesù e il Nuovo Testamento come
dall'esterno, per motivi che rimangono fondamentalmente razionali, è sempre
esistita una ragione del cuore che fa guardare Gesù come al compimento e
alla soluzione delle istanze più segrete e profonde che palpitano
nell'ambito dell'uomo. La si può vedere in emblema nelle parole di Pietro
quando a Gesù che domanda ai Dodici se vogliono andarsene anche loro
risponde: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna» (Gv
6,68).