<< GLI INIZI D'ISRAELE E LE LEGGI >>

Introduzione al Pentateuco

[ di G.Ravasi ]
La «Tôrah» d'Israele
Per presentare questa prima grande collezione di libri biblici, chiamata dagli Ebrei la Tôrah, cioè la legge o l'insegnamento di Dio per eccellenza, e dalla tradizione greca e cristiana chiamata Pentateuco, cioè i cinque rotoli (letteralmente: i cinque astucci, contenenti i rotoli), cuore di ogni sinagoga, dobbiamo disegnare un duplice fondale.
Israele ha ormai varcato i confini della terra tanto sospirata: a Sichem, futura capitale religiosa della confederazione delle tribù giunte in Palestina, sotto l'ombra verdeggiante del monte Garizim, simbolo della benedizione, e sotto quella del monte roccioso Ebal, simbolo della maledizione, si leva la voce di Giosuè, la guida della conquista della Palestina, il profeta di Dio. Egli pronuncia una specie di «credo», una professione di fede centrata non su un'astratta adorazione, ma quasi su una narrazione storico-religiosa. Davanti agli occhi degli uditori balenano le immagini descritte dai loro padri:
 «Io trassi il vostro padre Abramo da di là del fiume e lo feci andare per tutta la terra di Canaan, moltiplicai la sua discendenza... I suoi figli discesero in Egitto. Mandai quindi Mosè e Aronne e colpii l'Egitto con quello che feci in esso; poi ve ne feci uscire... Gli Egiziani inseguirono i vostri padri con carri e cavalieri fino al Mar Rosso, e feci scorrere su di loro il mare, che li sommerse. Voi avete dimorato molto tempo nel deserto... poi, attraversato il Giordano, siete pervenuti a Gerico... Vi ho dato una terra che voi non avete coltivato e città che non avete costruito, eppure vi abitate e mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti che non avete piantati» (Gs 24,3-13).
 Questa professione di fede messa in bocca a Giosuè può essere quasi la miniatura essenziale dell'intero Pentateuco articolato attorno a tre eventi centrali: la vocazione alla fede dei patriarchi, il grande dono della libertà nell'epopea esodica, il meraviglioso segno della terra promessa in cui Israele vivrà la sua storia. Questi eventi, commentati, narrati e meditati dai libri della Tôrah, costituiscono la trama fondamentale della storia della salvezza, sono la grande rivelazione vivente di Dio.
Dalla scena solenne e corale di Sichem trasferiamoci nell'interno d'una sala «al piano superiore» d'un'abitazione gerosolimitana. Là un uomo misterioso, Gesù di Nazaret, sta celebrando con un gruppo di discepoli la cena pasquale: nelle sue parole riecheggiano in modo nuovo le antiche voci dell'Esodo, dell'alleanza al Sinai, le immagini della notte pasquale. «Poi, recitato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (Mt 26,30). L'inno che questo gruppetto sta cantando è il celebre Sal 136, il cosiddetto grande Hallel, la grande lode che proclama:
 «Ha fatto i cieli con sapienza,
ha fissato la terra sulle acque,
ha fatto i grandi luminari...
Colpì l'Egitto nei suoi primogeniti,
fece uscire Israele di mezzo a loro,
divise il Mar Rosso in due parti
e fece passare Israele nel mezzo...
Fece camminare il suo popolo nel deserto
e diede la loro terra (di Canaan) in eredità,
poiché per sempre è la sua misericordia».
 Ancora una volta la preghiera e la professione di fede di Gesù e di ogni pio ebreo sono legate a una sintesi essenziale dell'intero Pentateuco, la grande storia della salvezza.
 
Le grandi tradizioni storico-religiose confluite nel Pentateuco
Questa grandiosa collezione di volumi, redatti definitivamente, nella versione che ancor oggi leggiamo, attorno al V-IV secolo a.C., è simile a un tell archeologico, cioè a una di quelle colline costituite artificialmente dagli strati dei vari stanziamenti umani: una città costruiva sopra la precedente la sua storia, e l'archeologo, tagliando la successione degli strati, riesce a leggere nella terra e nei reperti la mirabile o tragica avventura d'una porzione della storia umana. Il Pentateuco si presenta appunto come un tell dagli strati molteplici; esso è simile anche alla superficie di una regione attraversata da fiumi, ma scandita anche da rilievi montuosi, segnata da zone verdeggianti e dalle strane configurazioni di un terreno accidentato. Così, nel Pentateuco, ci incontriamo con due narrazioni parallele eppur differenti della creazione (Gn 1 e 2-3): in un punto appare solo il nome Jhwh (Gn 4), altrove solo il termine più generico Dio (Gn 5) e l'alternanza s'intravede per pagine e pagine in modo troppo sistematico per essere casuale; il celebre racconto del diluvio si rivela come un intarsio non privo d'incongruenze, di complicazioni e di contraddizioni; Dio sigla per due volte la sua alleanza con Abramo (Gn 15 e 17); la fuga della schiava Agar dal clan di Abramo è descritta ugualmente due volte (Gn 16 e 21), ci sono ben tre racconti della vocazione di Mosè (Es 3; 4; 6); la vicenda clamorosa della manna e delle quaglie è raccontata in Es 16 e ripresa in Nm 11, come quella dell'acqua scaturita dalla roccia (Es 17 e Nm 20); due sono le edizioni del Decalogo (Es 20 e Dt 5), i calendari liturgici sono rieditati ripetutamente in pagine diverse... La lista di questi fenomeni strani potrebbe raccogliere lunghi elenchi di dati. Per capire questa stranezza è necessario appunto ricorrere all'immagine d'un colle a più strati alla cui base c'è l'opera di Mosè, la grande guida della liberazione esodica e radice della costituzione di Israele in popolo. Ma su questa base si sono elevati altri strati, si sono aggiunte altre voci, si sono allineati altri elementi.
Nel 1753 un medico francese, da anni appassionato lettore della Bibbia, decideva di pubblicare a sue spese i risultati del suo lungo «scavo» letterario. Apparve così l'opera intitolata Congetture sulle memorie di cui sembra si sia servito Mosè per comporre il libro della Genesi di Jean Astruc. Questo medico s'era accorto che nel primo libro del Pentateuco, accanto a pagine in cui Dio veniva chiamato solo col nome specifico biblico di Jhwh (impronunciabile ancor oggi per l'ebreo), ve n'erano altre in cui Dio era costantemente chiamato solo col termine generico orientale Elohim, Dio. Da quell'anno fino ai nostri giorni gli studiosi con una strumentazione sempre più sofisticata hanno sottoposto i rotoli del Pentateuco a una radiografia letteraria quasi microscopica, alla ricerca dei vari strati e delle varie fonti. Infatti, quelle narrazioni si erano cristallizzate nella pagina ebraica scritta solo dopo un complesso processo di trasmissione orale. Nel folklore dei villaggi, nelle catechesi, nelle assemblee liturgiche, nell'insegnamento dei padri ai figli (Sal 78,3-4), gl'istanti iniziali d'Israele erano stati riproposti alla conoscenza e alla meditazione delle nuove generazioni attraverso i tipici procedimenti semitici destinati a stimolare e a favorire la memoria.
Queste correnti vive di parole, di immagini e di eventi diventavano come fiumi dal percorso sempre più nitido. Erano le cosiddette tradizioni che gli studiosi catalogheranno convenzionalmente coi termini con cui in esse Dio è chiamato (Jahvista, Elohista) o con aggettivi che definiscono la qualità delle opere stesse (Deuteronomica e Sacerdotale). Questi fiumi finirono col convergere a raggiera in un delta grandioso, il Pentateuco, che su quei materiali fu redatto e strutturato. Di queste tradizioni è necessario ora offrire una piccola mappa proprio perché il lettore attento della Bibbia riesca a districarsi in questa ragnatela di testi che un grande studioso biblico, Roland de Vaux, ha chiamato «i fili d'oro» del Pentateuco.
Dalla sorgente che è Mosè e dall'insegnamento fedelmente conservato nella memoria corale del popolo guidato e illuminato da Dio, nasce attorno all'epoca di Salomone (X secolo a.C.) una prima sistemazione dei ricordi e una prima meditazione teologica su di essi. E' la tradizione Jahvista il cui racconto è vivacissimo, pittoresco, folkloristico, psicologicamente raffinato, segnato da audaci raffigurazioni di Dio come vasaio (Gn 2,7), come visir che passeggia nel parco del suo palazzo (Gn 3,8), come padre di famiglia che veste i suoi figli (Gn 3,21), come persona pentita per un'opera sbagliata (Gn 6,6), come misterioso lottatore notturno (Gn 32), ecc. Si tratta di quegli elementi che vengono chiamati tecnicamente antropomorfismi. Tutta l'umanità è vista piuttosto pessimisticamente come intrisa di miserie e posta sotto il segno della maledizione divina. Ma la grazia del Signore, apparsa con l'elezione di Abramo e con la liberazione esodica, introduce nel mondo la benedizione e la speranza. E secondo alcune ricerche recentissime la tradizione Jahvista giungerebbe con alcuni suoi frammenti sino alla storia di Davide e alla sua funzione di segno della presenza nuova di Dio in mezzo al suo popolo.
Ben più sobria, e recentemente messa in dubbio da alcuni studiosi, è invece la tradizione Elohista, sorta attorno al IX-VIII secolo a.C. nel regno separatista settentrionale, all'epoca del fiorire della grande profezia di Elia, Eliseo e più tardi di Amos e Osea: non per nulla la fisionomia di Abramo è disegnata coi lineamenti di un profeta. Anche Mosè «parlava con Dio a faccia a faccia come un uomo parla con il suo vicino» (Es 33,11). La narrazione Elohista, attenta anche all'aspetto morale delle vicende, inizia la sua storia solo con la figura di Abramo e quindi con l'elezione d'Israele (Gn 15). Essa è più rigorosa nell'evitare gli antropomorfismi e nel separare Dio dalle vicende umane, ricorrendo alla mediazione degli angeli o dei sogni, così da conservare intatte la trascendenza e la purezza di Dio. Se l'avventura esaltante ma anche e soprattutto difficile e lacerante della fede (cfr. Gn 22) è uno dei motivi portanti della storia patriarcale Elohista, la vicenda del deserto è tratteggiata invece come un tempo ideale, l'ambito in cui Dio svela al popolo dell'elezione il suo misterioso nome Jhwh (Es 3) che la tradizione aveva considerato come prerogativa della conoscenza di ogni uomo (Gn 4,26). Crollato il regno separatista settentrionale di Samaria sotto le armate assire nel 721 a.C. e ritrovata una certa unità nazionale attorno al trono davidico di Gerusalemme, le due tradizioni Jahvista ed Elohista ricevettero forse una prima fusione con combinazioni e aggiustamenti così da avere una prima relazione della storia della salvezza in cui Dio s'era rivelato.
Intanto alcuni leviti di quel regno crollato avevano portato a Gerusalemme una loro personale tradizione che ben presto sarebbe divenuta anche un testo scritto. La canonizzazione ufficiale di questa tradizione e del suo prodotto avvenne forse nel 622 durante la riforma religiosa di Giosia (2Re 22) allorché un cosiddetto Libro della legge divenne la base della riforma stessa. E' quello che si chiamerà poi il Deuteronomio, un'opera che era anche espressione della teologia laica e non solo professionale, un volume carico di passione e di amore per Dio e per il suo grande dono che è la terra della libertà. Il libro si trasforma, allora, in un entusiastico appello posto idealmente sulle labbra della grande guida dell'esodo, Mosè, un appello rivolto a Israele perché si abbandoni totalmente al suo Dio, amandolo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze (Dt 6,5). La scuola Deuteronomistica tenterà poi anche un grande abbozzo della storia religiosa d'Israele sino al crollo di Gerusalemme (586 a.C.), attraverso la raccolta dei libri storici della Bibbia (Giosuè, Giudici, 1-2 Samuele, 1-2 Re).
Per Israele intanto si preparava la tragedia. Nel 586 a.C., come si è detto, le armate dell'imperatore babilonese Nabucodonosor radevano al suolo Gerusalemme e gli Ebrei venivano avviati nei campi di concentramento «lungo i fiumi di Babilonia» (Sal 137). E' in quest'epoca e in quella immediatamente successiva, cioè in quella più fiduciosa del ritorno dall'esilio babilonese al focolare nazionale di Palestina in seguito all'editto di Ciro (539 a.C.), che nasce una nuova riflessione e una nuova raccolta di dati sul grande passato salvifico di Israele. Sorge così la tradizione Sacerdotale (siglata anche con la lettera P dal tedesco Priestercodex, Codice Sacerdotale). Una tradizione piuttosto rigorosa, astratta, tipica appunto di una scuola, arida ma accuratissima, schematica ma desiderosa di definire in mezzo alla confusione dell'esilio babilonese l'identità del vero ebreo attraverso tre segnali distintivi fondamentali: il sabato (Gn 2,1-4), la circoncisione (Gn 17) e la legge. Infatti molta parte del complesso legislativo del Pentateuco è stata raccolta e ordinata da questa scuola che ha cercato di retroproiettare al Sinai quasi tutta la legislazione del successivo stato d'Israele. Organizzata la storia della salvezza su una trama fatta di genealogie che tracciano la continuità dell'azione di Dio nella storia attraverso le varie generazioni d'Israele, la tradizione Sacerdotale allinea codici religiosi, liturgici, civili, penali e processuali (Es 20-23; 25-31; 35-40; Levitico), così da porre l'intera esistenza d'Israele sotto il segno della risposta fedele al Dio dell'alleanza.
 
Il Pentateuco frutto e alimento della fede
Il Pentateuco è, quindi, l'opera corale di un popolo illuminato da Dio e guidato dalla figura di Mosè che, oltre ad aver tracciato la via della libertà ad Israele schiavo, è stato anche il primo a meditare sulla presenza di Dio nella storia. La Bibbia infatti, più che all'analisi di Dio colto nella sua essenza e nella sua sconfinata entità, è protesa alla ricerca della sua manifestazione concreta, della sua rivelazione nella storia umana. Per il Pentateuco, perciò, l'arco delle vicende storiche è appunto il luogo privilegiato in cui Dio svela il suo volto. Per questo il credo d'Israele, anziché essere un'elencazione intellettualistica delle qualifiche astratte di Jhwh – come avviene nella recitazione litanica dei novantanove attributi di Allah nell'islam –, è memoriale delle sue gesta salvifiche che punteggiano il passato d'Israele e si riattualizzano nel presente (Dt 26,5-11).
I cinque libri del Pentateuco per gli Ebrei non avevano alcun titolo e vengono indicati a tutt'oggi solo con le prime parole del loro testo (In principio, Questi sono i nomi, Chiamò, Nel deserto, Le parole). La versione greca detta dei Settanta (III-II secolo a.C.) li ha chiamati Genesi (origine), Esodo (uscita), Levitico (libro della tribù sacerdotale di Levi), Numeri (censimenti) e Deuteronomio (seconda legge). I cinque libri sono appunto la testimonianza della parola-evento di Dio. La Genesi, dopo il grande affresco universale della creazione, degli splendori e delle miserie dell'umanità, traccia in tre grandi cicli (Abramo-Isacco, Giacobbe e Giuseppe) gli inizi stessi della rivelazione divina ad Israele. L'Esodo è centrato sulle due grandi manifestazioni della liberazione dalla schiavitù faraonica e dell'incontro mistico con Dio nella solitudine del Sinai. Il Levitico è una collezione legislativa rigorosamente strutturata su una serie di codici concernenti soprattutto il rituale ebraico. Il tema della marcia nel deserto fa da sfondo all'intero libro dei Numeri che, in un'abile miscela di racconti e di leggi, descrive l'itinerario d'Israele dal Sinai alle soglie della terra promessa. Il Deuteronomio, infine, è una collezione di omelie messe in bocca a Mosè e dominate da un grande codice centrale (cc. 12-26) che si rivela anche un'intensa proposta di vita per Israele ormai stanziato in Palestina.
Il Pentateuco, dopo aver alimentato la fede d'Israele, è ora anche nel cuore del messaggio cristiano. Cristo, infatti, col suo nuovo «pentateuco» costituito dai cinque discorsi che reggono il vangelo di Matteo, non ha voluto abolire l'antica Tôrah ma portarla a compimento e a pienezza: «Non crediate che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti; non sono venuto ad abrogare, ma a dare compimento. In verità vi dico: finché non passino il cielo e la terra, non uno jota, non un apice cadrà dalla legge, prima che tutto accada» (Mt 5,17-18). E sarà su due testi del Pentateuco che Gesù traccerà la sintesi dell'intero impegno religioso: «Uno di loro, dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, qual è il precetto più grande della legge?". Egli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente (Dt 6,5). Questo è il più grande e il primo dei precetti. Ma il secondo è simile ad esso: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19,18). Da questi due precetti dipende tutta la legge e i profeti"« (Mt 22,35-40).  Così «la legge è divenuta per noi come un pedagogo che ci ha condotti a Cristo perché fossimo giustificati dalla fede» (Gal 3,24).