PREFAZIONE
di P.Rossano
Il termine
Bibbia deriva dal greco e originariamente significa i libri: con tale
appellativo, a cominciare dal III secolo dopo Cristo, autori cristiani come
Clemente Alessandrino e Origene presero a indicare i libri sacri degli ebrei e
dei cristiani. Successivamente il termine si latinizzò, dando origine nel
Medioevo al sostantivo femminile La Bibbia, come dire il libro per eccellenza.
Tale appellativo però non ricorre mai nelle pagine della stessa Bibbia, dove
invece si trovano espressioni come sacre Scritture, Antico e Nuovo Testamento,
termini che pure sono diventati abituali e correnti per designare l'insieme
della Bibbia. Si tratta infatti non di un libro solo, ma di una raccolta di
libri, la quale secondo il canone della chiesa cattolica enumera
Qui la Bibbia ci interessa soprattutto come libro sacro sul quale si fonda, in armonia con il magistero vivo della chiesa, la fede dei cristiani. Altri popoli, altre culture, altre religioni hanno i loro libri sacri; basti pensare ai Veda per la tradizione indù, al Tipitaka per i buddhisti, al Corano per i musulmani. Questi ultimi per vero riconoscono in parte le Scritture degli ebrei e dei cristiani, ma le ritengono falsificate dai loro rispettivi possessori, ragion per cui il Corano le soppianterebbe tutte. Riguardo agli ebrei, è evidente che della Bibbia essi riconoscono soltanto i libri scritti prima di Cristo, quelli che i cristiani chiamano Antico Testamento.
Gli ebrei
classificano tradizionalmente i libri sacri in tre parti: la Legge (Tôrah)
comprendente i cinque libri del Pentateuco; i Profeti (Nebî'îm) ripartiti in
anteriori (libri di Giosuè, Giudici, Samuele, Re) e posteriori (Isaia, Geremia,
Ezechiele e i dodici profeti minori); e gli Scritti (Ketûbîm: Salmi, Giobbe,
Proverbi, Rut, Cantico dei Cantici, Qohèlet, Lamentazioni, Ester, Daniele, Esdra
e Neemia, Cronache). Si noti quindi che gli ebrei non considerano sacri i libri
di Tobia, Giuditta,
E' il
cosiddetto problema del cànone (dal greco kanôn, norma), ossia dell'elenco
ufficiale e normativo dei libri sacri, sul quale i contrasti non furono mai
drammatici in seno alla chiesa, poiché si giunse progressivamente e
spontaneamente a un consenso. Il Concilio di Ippona, cioè l'assemblea plenaria
dei vescovi della provincia d'Africa nel
Altri libri venerabili sorsero in vari circoli religiosi ebrei e cristiani negli ultimi due secoli dell'età antica e nei primi secoli del cristianesimo. Anche per essi vi furono discussioni e incertezze, finché si giunse progressivamente e per consenso unanime e spontaneo a espungerli dal canone della Bibbia. Questi libri (come il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo di Tommaso, ecc.) dai cattolici vengono chiamati apocrifi, cioè di origine occulta; i protestanti li chiamano pseudoepigrafici, cioè dal titolo falso. Essi sono interessanti per conoscere le idee religiose degli ambienti in cui sono nati, ma non furono mai riconosciuti come canonici; non appartengono quindi alla Bibbia e non possono affiancarsi ad essa.
Oltre che in
libri, la Bibbia appare divisa, nell'ambito di ogni singolo libro, in capitoli e
versetti. Ciò serve praticamente per la consultazione e l'indicazione esatta dei
passi nelle citazioni; così trovando, per esempio, Gn
Molti libri, un solo disegno
Alla
molteplicità dei libri s'accompagna nella Bibbia la varietà dei libri stessi e
del loro carattere letterario. Non può infatti la Bibbia venire paragonata a un
catechismo e tanto meno a una trattazione sistematica, anche se alcune parti
della Bibbia possono rivestire tali caratteri. Molti libri, molti autori,
vissuti in un arco di circa tredici secoli, hanno contribuito a scrivere la
Bibbia quale è giunta tra le nostre mani. Le vicende attraverso cui i singoli
testi sono passati possono sembrare incredibili, certo sono appassionanti: si
pensi alla commozione del re Giosia e di tutta Gerusalemme quando nel
La prima
pagina della Genesi ha il tono solenne di un poema sulle origini, l'ultimo
capitolo dell'Apocalisse ha la forma di una visione su un aldilà che si
dischiude, radioso e fresco di vita, oltre le soglie della realtà cosmica e
storica. E in mezzo, racconti, storie, preghiere, leggi, poesie, annali,
profezie, leggende, canti d'amore, inni, lamentazioni, brani d'archivio,
lettere, professioni di fede, proverbi, discorsi e così via. Ma qual è il tema
di tutta questa sinfonia, quale l'oggetto di cui trattano e a cui si riferiscono
gli scritti molteplici e diversi che sono confluiti nella Bibbia? E' il disegno
di Dio verso gli uomini, il dono della salvezza messianica, la storia in cui
questa salvezza viene resa sensibile e manifesta. Dopo aver delineato come in
una grande tela di fondo l'evento della creazione e la situazione dell'umanità
davanti a Dio (i primi undici capitoli della Genesi) l'attenzione della Bibbia
si concentra sulla chiamata di Abramo (verso il
Tale è il
filo d'oro che attraversa tutta la Bibbia e ne costituisce l'unità e la ragione
d'essere. Nessuno può negare la straordinaria ricchezza di cultura, di arte e di
cognizioni umane depositata nella Bibbia: vi si trovano preziose notizie sulla
storia antica, pagine di altissima poesia, narrazioni condotte con arte semplice
ed efficace, analisi insuperabili del cuore e delle passioni umane, modelli di
saggezza convalidati dai secoli; ma la Bibbia è soprattutto il libro in cui è
documentato il disegno di Dio verso gli uomini e suo contenuto è il messaggio
della salvezza indirizzato da Dio all'umanità. Come scrisse sant'Agostino: «Ci
sono pervenute lettere da quella città verso cui siamo pellegrini: sono le sacre
Scritture» (Sermone
Di che cosa parla la Bibbia
In ogni
pagina della Bibbia il grande protagonista è Dio. «Poiché tutte le cose
provengono da lui, esistono in grazia di lui, tendono a lui. A lui gloria per i
secoli. Amen» (Rm
La Bibbia
insegna che Dio è indicibile, inafferrabile, supera la presa dell'intelletto
umano quanto la volta del cielo dista dalle mani dell'uomo, e tuttavia parla
continuamente di Dio, servendosi di molte immagini e superandole tutte. Qualcuno
ha parlato qui di un diamante dalle mille sfaccettature. C'è il Dio sovrano e
maestoso della Genesi che «dice» e le cose balzano all'essere. C'è il Dio che
modella «l'uomo-Adamo», il Dio che chiama Abramo, il Dio che ispira Giuseppe, il
Dio che si rivela a Mosè, il Dio che annienta il faraone, il Dio che guida le
schiere d'Israele, il Dio tremendo del Sinai, il Dio «santo e separato» del
Levitico, il Dio che comanda del Deuteronomio, il Dio familiare di Tobia, il Dio
di giustizia di Amos, il Dio d'amore di Osea, il Dio santo e redentore di Isaia,
il Dio intimo di Geremia, il Dio sposo di Ezechiele, il Dio misterioso di
Giobbe, il Dio amante della vita dei libri sapienziali, il Dio Padre dei
vangeli, di Paolo e di Giovanni, il Dio eterno dell'Apocalisse. In un momento
fondamentale della storia d'Israele questo Dio rivela il suo nome a Mosè
dicendo: «Io sono». Di conseguenza Mosè dirà al popolo: «Io sono [cioè
Colui-che-è, in ebraico Jahweh] mi ha inviato da voi» (Es
Questo nome
arcano non veniva mai pronunciato, per riverenza, dagli Israeliti: soltanto
eccezionalmente, entrando nel santo dei santi, abitazione di Dio nel tempio di
Gerusalemme, il sommo sacerdote pronunciava «il Nome» con invocazione solenne,
mentre i leviti cantavano in modo che nessuno potesse sentirlo. Nelle scuole,
affinché gli studenti sapessero come si pronunciava, «il Nome» veniva
pronunciato dal rabbino una volta ogni sette anni. Per evitare anche la lettura
occasionale, alle quattro lettere consonanti del tetragramma sacro JHWH si
intercalavano le vocali di Adonai, che vuol dire «il Signore» o «l'Eterno».
Dall'unione delle due parole nacque la lettura Jehowah o Geova, erroneamente
reclamata come esclusiva. Recentemente, per rispetto a chi ritiene «il Nome»
impronunciabile, anche nelle Bibbie cattoliche si evita di scrivere per esteso
il nome divino, preferendo il tetragramma ineffabile JHWH o traducendo con
l'equivalente «il Signore». In alcune pagine, per esempio nei Salmi, gli
attributi di Dio si accastellano; si veda per esempio l'inizio del Salmo
«Ti esalto, Signore (Jhwh), mia forza,
Signore (Jhwh), mia roccia, mia fortezza, mio scampo;
mio Dio, mia rupe di rifugio, mio scudo,
potenza di mia salvezza, degno di ogni lode».
Se è vero
che per ogni uomo il senso della vita è la ricerca del suo principio e del suo
fine, in termini cristiani «la ricerca di Dio», allora la Bibbia è il libro più
ricco per rispondere a questa sete inestinguibile dell'uomo. Di fronte a Dio
nella Bibbia sta l'uomo, creatura di Dio e in dialogo con lui. Il primo capitolo
della Bibbia parla della benedizione e del destino dell'uomo e della donna: «Dio
li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e
soggiogatela"« (Gn
Insieme a
Dio la Bibbia parla quindi costantemente dell'uomo, dell'uomo totale, con i suoi
alti e bassi, le sue generosità e le sue cadute. A chi domandasse se la Bibbia
parli dell'uomo in maniera pessimistica o ottimistica si dovrebbe rispondere che
ne parla con realismo e fine psicologia, descrivendolo senza veli né falsi
pudori, con la sua grandezza e la miseria insita nella proclività al male che lo
segna fin dalle origini. Dovunque la Bibbia presenta uomini e donne alle prese
con i medesimi enigmi e le stesse miserie di tutti. Il peccato segna
dolorosamente la condizione umana: la Bibbia non lo nasconde e fa appello alla
responsabilità, perché l'uomo può dominare l'inclinazione al male (Gn
Si tocca
così il terzo grande tema della Bibbia: Gesù di Nazaret, Messia mediatore di
salvezza tra Dio e l'uomo. E' nota la grande affermazione di san Paolo: «Quando
giunse la pienezza del tempo, Dio inviò il Figlio suo, nato da una donna...
affinché ricevessimo l'adozione a figli» (Gal
Proprio
perché, secondo l'espressione di sant'Agostino, «il Nuovo Testamento è nascosto
nell'Antico e l'Antico Testamento diventa chiaro nel Nuovo» (Questioni sull'Ettateuco,
Come parla la Bibbia
E' certezza
sicura della chiesa che nella Bibbia Dio parla agli uomini. Per questo ogni
lettura biblica nel corso della liturgia termina con l'affermazione «Parola di
Dio». Vedremo in seguito la ragione e le modalità di questa certezza cristiana.
Ora ci interroghiamo sul modo in cui la Bibbia parla agli uomini. Si può partire
da un'indicazione autorevole della costituzione Dei Verbum: «Poiché Dio nella
sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini e alla maniera umana,
l'interprete della sacra Scrittura, per capire bene ciò che egli ha voluto
comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano inteso
significare e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare
l'intenzione degli agiografi si deve tener conto tra l'altro anche dei generi
letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi
in varia maniera storici o profetici o poetici o con altri modi di dire. E'
necessario dunque che l'interprete ricerchi il senso che l'agiografo intese
esprimere ed espresse in determinate circostanze, secondo la condizione del suo
tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso» (DV
Si deve riconoscere che mai nel passato il magistero della chiesa si era espresso così esplicitamente e diffusamente sulla varietà degli uomini che Dio ha ispirato a scrivere, sul contesto storico e culturale in cui vissero e da cui furono condizionati, nonché sui tanti generi letterari da essi adoperati. Nella molteplicità e diversità sorprendente di uomini e di scrittori – dal ruvido Amos, pastore di mandrie a Tecoa, al nobile Isaia, da Geremia, squisito nella sua sensibilità, a Paolo di Tarso, appassionato e rubesto nella parola, per non dire dei molti, e sono la maggior parte, rimasti per noi sconosciuti – ogni scrittore conserva la sua personalità, il suo stile, e manifesta i condizionamenti del tempo e della cultura in cui vive. Per comprendere gli autori biblici è quindi necessario conoscere il contesto in cui ogni autore è inserito. E non si tratta soltanto del contesto scientifico, per cui parlando delle origini o della struttura fisica del mondo o della storia e della geografia ciascun autore si esprime secondo le conoscenze della sua epoca.
C'è anche il contesto morale e religioso: ogni età ha un suo livello morale. C'è nella storia, anche e soprattutto dell'Antico Testamento, un'elevazione lenta e progressiva della coscienza. La coscienza religiosa di Abramo e dei patriarchi non è quella di Mosè, e questa è ancora lontana da quella degli Israeliti dopo l'esilio, e ancora di più da quella cristiana. Chi non sta attento a collocare una pagina biblica nel contesto storico in cui è sorta corre il rischio di scandalizzarsi inutilmente. Non deve far meraviglia, per esempio, se la soglia della vita eterna non è varcata nella maggior parte dell'Antico Testamento: è un orizzonte che si schiude a poco a poco e brillerà soltanto alla fine dell'Antico Testamento e poi pienamente nel Nuovo.
C'è poi il contesto letterario, che è semitico e sotto molti aspetti differenziato rispetto alla mentalità occidentale. Il semita ignora l'astrazione, non usa le definizioni concettuali, ama proporre le idee a mezzo di suggestioni e di immagini, senza curarsi della loro coerenza, accumulando tratti e simboli significativi. E c'è un ritmo semitico, vi sono procedimenti, come il parallelismo e la ripetizione, modi di scrivere che l'educazione letteraria occidentale ha abbandonato: l'autore, per esempio, può usare fonti diverse, fonderle, cucirle insieme, senza giustificarsi davanti al lettore.
Quanti generi letterari si trovano nella Bibbia? Vi sono prosa e poesia, libri storici e saghe, raccolte di leggi e canti liturgici, visioni e discorsi, e così via. E' quindi evidente che prima di leggere l'uno o l'altro libro si deve sapere davanti a quale genere letterario ci si trova, a rischio di gravi controsensi. E in uno stesso genere letterario vi sono ancora differenze. Si prenda la storia, per esempio. Si sarà notato che la costituzione Dei Verbum parla sapientemente di «testi in varia maniera storici», avvertendo così che c'è la storia epica della Genesi, di alcune parti dell'Esodo e del libro di Giosuè, c'è la storia politica dei libri dei Re, la storia aneddotica di Rut, di Elia, di Eliseo. E poi, quante anomalie in questa storia: scarsezza di date, omissioni vistose, epoche intere passate sotto silenzio, con abbondanza di particolari spesso insignificanti per noi: inventario di un bottino, numero delle concubine, prezzo della vendita di un campo... E ancora, in un medesimo libro si possono trovare, come in uno zibaldone, i generi letterari più diversi, come nel Pentateuco e nei profeti. Per citare soltanto un esempio: nei primi sei capitoli di Isaia vengono di seguito un invito al pentimento e alla conversione, una minaccia di castigo imminente, un oracolo di pace messianica, un'invettiva contro le donne avide di piaceri, una canzone allegorica, una protesta contro le ingiustizie sociali, l'apparizione sconvolgente di Dio al profeta: il tutto senza connessione, senza snodo di eventi; come può orientarsi un lettore che non sia preparato?
La Bibbia, parola di Dio all'uomo
Libro
multiforme ma unitario, libro che svela il disegno divino della storia, libro
riconosciuto ufficialmente dalla chiesa come norma della sua fede: tutte queste
affermazioni convergono e culminano nell'assioma, indiscusso per i cristiani,
che la Bibbia contiene la rivelazione e la parola di Dio agli uomini. Che cosa
significa questo? Vi sono due concetti da chiarire a questo riguardo, cioè la
rivelazione e l'ispirazione della sacra Scrittura. Vediamo anzitutto la
rivelazione: dicendo rivelazione s'intende lo svelamento del «mistero» divino
che consiste nella sua «volontà di chiamare gli uomini a sé e renderli partecipi
della sua natura divina per mezzo di Gesù Cristo, Verbo fatto carne, nello
Spirito Santo» (DV
Questa
rivelazione si è effettuata, secondo le dichiarazioni del Concilio Vaticano II,
«con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere compiute da Dio
nella storia della salvezza manifestano e rafforzano la dottrina e la realtà
significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e il mistero in esse
contenute. Questa rivelazione risplende a noi in Cristo il quale è insieme il
mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione... Perciò egli, vedendo il quale
si vede anche il Padre, col fatto stesso della sua presenza e con la
manifestazione di sé, con le parole e con le opere, e specialmente con la sua
morte e la sua risurrezione di tra i morti e infine con l'invio dello Spirito
Santo, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza
divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della
morte e risuscitarci per la vita eterna» (DV
E' legittimo
domandarsi a questo punto: da dove la chiesa attinge questa certezza? Quali
ragioni l'autorizzano a ritenere che nelle parole e negli avvenimenti della
Bibbia si esprime la rivelazione di Dio agli uomini? La chiesa lo crede sulla
testimonianza di Gesù per ciò che riguarda i libri dell'Antico Testamento. Gesù
infatti riferì esplicitamente a sé tutto il contenuto delle sacre Scritture. Dei
quattro evangelisti Luca in particolare addita nella «spiegazione delle
Scritture» uno degli insegnamenti maggiori di Gesù dopo la risurrezione (cfr. Lc
Analogo
discorso si può fare per l'ispirazione. Essa consiste nel fatto che gli autori
dei libri sacri scrissero sotto una speciale direzione e guida dello Spirito
Santo, come strumenti mossi da Dio, ma conservando intatta la libertà, la
coscienza e la peculiarità di uomini del proprio tempo. Ecco come ne parla il
Concilio Vaticano II: «Le verità... che nei libri della sacra Scrittura sono
contenute ed espresse, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La
santa madre chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i
libri sia dell'Antico sia del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché,
scritti per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali
sono stati consegnati alla chiesa. Per la composizione dei libri sacri Dio
scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità,
affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero, come veri autori,
tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte. Poiché dunque
tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi
asserito dallo Spirito Santo, è da ritenersi anche, per conseguenza, che i libri
della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che
Dio, in ordine alla nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Lettere»
(DV
Diretta
conseguenza di questa singolare «condiscendenza» divina di esprimersi con lingue
umane, per mezzo del parlare dell'uomo («come già il Verbo dell'eterno Padre,
avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo», DV