Introduzione ai Vangeli
- [di
P. Rossano ]
- La parola vangelo significa «buona
notizia», «lieto annunzio» e deriva dal greco euaggélion. Il termine
ebraico corrispondente è besorah e significa soprattutto annuncio di
vittoria; i profeti l'adoperarono per indicare il compimento delle
promesse messianiche (Is
40,9;
52,7).Gesù si appropriò del termine per
dichiarare l'avverarsi in lui delle profezie e del regno di Dio. Nota
l'evangelista Marco: «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù venne in
Galilea, predicando il vangelo di Dio. Diceva: "Il tempo è compiuto e il
regno di Dio è giunto. Convertitevi e credete al vangelo"« (1,14-15).«Evangelizzare» significa quindi,
già durante la vita di Gesù, dare la lieta notizia che la salvezza è
giunta, che Dio ha realizzato le sue promesse. A Nazaret, all'inizio
dell'attività pubblica, Gesù, riferendo a sé profezie di Isaia e Sofonia,
proclamò nella sinagoga davanti ai suoi compaesani:
- «Lo Spirito del Signore è sopra di
me,
- per questo mi ha consacrato
- e mi ha inviato a portare ai
poveri il lieto annunzio,
- ad annunziare ai prigionieri la
liberazione
- e il dono della vista ai ciechi;
- per liberare coloro che sono
oppressi
- e inaugurare l'anno di grazia del
Signore» (Lc
4,18-19).
Dopo la morte di Gesù il vocabolo
diventa usuale e tipico in san Paolo per designare l'annuncio della morte
e risurrezione di Gesù, principio di redenzione e liberazione per ogni
uomo. Il vocabolo riveste perciò, nella bocca di san Paolo, una carica di
entusiasmo, e il «vangelo» riceve una titolatura gloriosa: «vangelo di
Dio», «vangelo di Cristo», «vangelo del regno», «vangelo del Figlio di
Dio», «vangelo della grazia di Dio», «vangelo della gloria di Cristo»,
«vangelo della pace», «vangelo della gloria», «vangelo della salvezza». Da
notare che per san Paolo il vangelo non è ancora un libro, ma parola viva
portata dagli apostoli e accompagnata da un'energia divina avente la
capacità di trasformare i cuori preparati a riceverla. Ecco come ne parla
ai Tessalonicesi, verso l'anno
50, durante il secondo
viaggio missionario: «Il nostro vangelo non è giunto a voi soltanto a
parole, ma anche con potenza, con effusione dello Spirito Santo e con
piena convinzione» (1Ts
1,5). Scrivendo ai
Romani afferma: «Non mi vergogno del vangelo, poiché esso è un'energia
operante per apportare la salvezza a chiunque crede» (1,16).
Il vangelo e i vangeli
Secondo quanto si legge alla fine
del vangelo di Marco, Gesù prima di accomiatarsi dai suoi ordinò loro:
«Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo [letteralmente: "portate
la lieta notizia"] a ogni creatura. Chi crederà e si farà battezzare sarà
salvato, ma chi non crederà sarà condannato» (16,15-16).
Il vangelo deve dunque essere annunciato, per ordine di Gesù, su tutta la
terra. A designare quelli che lo propagano venne subito coniato il termine
«evangelisti», e la loro azione sarà detta «evangelizzazione». L'annuncio
riguarda l'avvento del regno nella persona storica di Gesù di Nazaret e
soprattutto la sua vittoria pasquale sopra il peccato e la morte.
Per questo dall'età apostolica
fino a oggi i vocaboli «vangelo» ed «evangelizzare» hanno sempre
conservato un'evocazione missionaria, significando a un tempo notizia di
qualcosa di nuovo, di inaudito, di gratuito che viene offerto agli uomini,
e insieme invito pressante a riceverlo, convertendosi, uscendo fuori
dall'ignavia e dal torpore dell'esistenza. Si veda per esempio come si
esprime Origene nell'Omelia
7 dedicata al libro di
Giosuè. Commentando il pittoresco episodio della caduta delle mura di
Gerico al suono delle trombe dei sacerdoti ebrei per ordine di Giosuè,
aggiunge: «Ora viene il nostro Signore Gesù Cristo, la figura del cui
arrivo è già prima in quel Giosuè figlio di Nun; e manda i suoi sacerdoti,
cioè i suoi apostoli, con trombe facili a portarsi da un luogo all'altro,
cioè con l'eccellente e celeste dottrina del vangelo. Il primo a lanciare
i suoi squilli di tromba è Matteo nel suo vangelo. Suonano poi, ognuno con
la propria tromba sacerdotale, Marco, Luca e Giovanni. Anche Pietro fa
squillare la tromba delle sue epistole; anche Giacomo e Giuda. Ciò
nonostante, anche Giovanni continua ancora a far squillare la tromba con
le sue epistole e con l'Apocalisse, e Luca con la storia delle imprese
degli apostoli. Venendo poi ultimo... Paolo e lanciando irresistibili
squilli con le trombe delle sue quattordici epistole contro le mura di
Gerico, abbatte, scalzandole dalle fondamenta, tutte le macchinazioni
dell'idolatria e i saccenti sistemi dei filosofi».
Questa pagina singolare, scritta
nella prima metà del III secolo d.C. (Origene infatti morì nel
253 a seguito degli
strapazzi subiti in prigione durante la persecuzione di Decio), ci
attesta, tra l'altro, che a quel tempo si distingueva già nella chiesa tra
«vangelo» e «vangeli», che cioè, oltre al lieto annuncio dato a viva voce,
esistevano ormai quattro libri attribuiti agli apostoli (Matteo e
Giovanni) o a loro discepoli (Marco e Luca). Potremmo chiamarli «i quattro
annunzi», nei quali risuonava in maniera caratteristica e differenziata
secondo gli autori la notizia dell'avvento messianico di Gesù.
Sant'Ireneo, vescovo di Lione, che
era nato verso il
130 d.C. nell'Asia
Minore dove fu allievo di san Policarpo, il quale a sua volta era stato
discepolo di san Giovanni, ci dà questa testimonianza degna di fede:
«Matteo compose il vangelo per gli Ebrei nella loro lingua, mentre Pietro
e Paolo a Roma predicavano il vangelo e fondavano la chiesa. Dopo la loro
morte Marco, discepolo e segretario di Pietro, ci trasmise per iscritto
quanto era stato oggetto della predicazione di Pietro. E Luca, seguace di
Paolo, compose un libro di quel vangelo predicato dall'apostolo. In
seguito anche Giovanni, discepolo del Signore e che posò il capo sul petto
di lui, egli pure compose un vangelo durante la sua permanenza ad Efeso,
nell'Asia» (Adversus haereses,
3,
1,
1). Nella medesima opera
(3,
11,
7) lo stesso Ireneo
illustra già i simboli attribuiti a ciascuno dei quattro evangelisti: il
leone (Giovanni), il vitello (Luca), l'uomo (Matteo), l'aquila (Marco),
una simbologia che assumerà qualche variante in san Girolamo, il quale
attribuisce l'aquila a Giovanni e il leone a Marco, e come tale verrà
recepita dalle arti figurative.
A partire da sant'Ireneo, cioè
dalla seconda metà del secolo II, si parla ormai correntemente nella
chiesa di vangelo e di vangeli per indicare sia l'annuncio orale, sia il
messaggio scritto, sia i quattro testi evangelici. «Quanto è stato scritto
da quattro – afferma Origene – è un unico vangelo». Ireneo parla di
«vangelo quadriforme»; a sua volta Eusebio di Cesarea conia l'espressione
«sacra quadriga dei quattro vangeli», mentre sant'Agostino preferisce
l'appellativo «quattro libri di un unico vangelo» (Trattato su san
Giovanni,
36,
1).
L'origine dei quattro vangeli
Possiamo domandarci a questo punto
quale sia stata l'origine dei quattro libretti chiamati vangeli e
analizzare più a fondo quale sia il loro rapporto con la «buona notizia»
annunciata e realizzata da Gesù. Il lettore deve sapere che negli ultimi
due secoli la critica si è gettata con tutte le sue risorse e i suoi
strumenti sul testo dei quattro vangeli, sottoponendoli a un vaglio e a un
esame quale mai nessun altro libro della storia si trovò a subire. Molte
scuole si sono succedute, si sono accavallate, incrociate, contraddette e
poi scomparse, ma portando ciascuna, lo si deve riconoscere, qualche
contributo a illustrare almeno questa o quella frase o pagina dei vangeli.
Si deve riconoscere però che tutte le teorie estreme sono cadute, e prima
quelle che pretendevano negare l'attendibilità e il valore storico
fondamentale dei racconti evangelici. Il risultato di tante ricerche è
stato vagliato, raccolto e puntualizzato nel
1964 da un documento
della Pontificia Commissione Biblica, che inizia con le parole Sancta
Mater Ecclesia, dedicato esclusivamente alla verità storica dei vangeli.
Tale documento ha ispirato la costituzione dogmatica Dei Verbum del
Concilio Vaticano II nella quale si legge che la chiesa «ha ritenuto e
ritiene con fermezza e costanza massima che i quattro vangeli, di cui
afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù,
Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini operò e insegnò per la
loro eterna salvezza fino al giorno in cui fu assunto in cielo» (n.
19).
Gioverà quindi soffermarsi un
istante su tale documento della Pontificia Commissione Biblica. In esso
si invita il lettore dei vangeli, in particolare colui che si interroga
sulla fondatezza di quanto essi riferiscono, a «badare con diligenza ai
tre stadi attraverso i quali l'insegnamento e la vita di Gesù giunsero a
noi». Il primo stadio è quello della vita stessa di Gesù, svoltasi sotto
gli occhi dei discepoli, i quali furono gli ascoltatori attenti delle
sue parole e i testimoni diretti delle sue opere. «Il Signore – vi si
legge – nell'esporre a voce il suo insegnamento seguiva le forme di
pensiero e d'espressione allora in uso, adattandosi per tale modo alla
mentalità degli uditori e facendo sì che quanto egli insegnava
s'imprimesse fermamente nella loro mente e potesse essere ritenuto con
facilità dai discepoli». In effetti, analisi linguistiche e letterarie,
metodi di indagine molto perfezionati permettono ora di additare con
sicurezza in molte espressioni e parabole dei vangeli il suono stesso
della parola di Gesù. Parimenti gli episodi della sua vita, i racconti e
i miracoli risultano essere riferiti con tale semplicità, sobrietà e
aderenza storico-geografica da non permettere dubbi sulla loro
sostanziale veridicità.
Dopo la morte e la risurrezione
del Signore – e qui è il secondo stadio della genesi dei vangeli indicato
dalla Commissione Biblica – gli apostoli cominciarono a «dare
testimonianza a Gesù, annunciando e riferendo con fedeltà episodi
biografici e detti di lui, ma tenendo presenti, nella predicazione, le
esigenze dei vari uditori».
Praticamente alla base dei vangeli
starebbero quindi coteste testimonianze date con fedeltà al fine di
promuovere la fede in Gesù Messia e Signore. Due pagine di san Paolo,
nella prima lettera ai Corinzi, ci permettono di cogliere al vivo la
testimonianza orale che veniva trasmessa, basandosi sull'autorità dei
Dodici e in comunione con loro: si tratta degli avvenimenti dell'ultima
cena (1Cor
11,23-25)
e delle apparizioni di Gesù risorto, sui quali Paolo conclude: «Sia io sia
essi (gli apostoli) così predichiamo e così avete creduto» (15,1-11).
Non è tuttavia da negarsi, continua l'autorevole documento, che gli
apostoli abbiano presentato ai loro uditori quanto Gesù aveva realmente
detto e operato con quella più piena intelligenza da essi goduta in
seguito agli eventi gloriosi del Cristo e all'illuminazione dello Spirito
di Verità... Questi modi di esporre usati nella predicazione, aventi per
tema il Cristo, vanno individuati ed esaminati: catechesi, narrazioni,
testimonianze, inni, dossologie, preghiere e altre simili forme letterarie
che compaiono nella sacra Scrittura ed erano in uso fra gli uomini di
quell'età. Esigenze catechetiche e opportunità di vario genere portarono
ben presto alla concentrazione dei detti e fatti di Gesù in alcune
raccolte, la cui identificazione è tuttora possibile nella trama generale
dei vangeli, come, per esempio, il discorso della montagna, i racconti
della passione e delle apparizioni, alcune serie di parabole. Iniziando il
suo vangelo, Luca riferisce che «molti hanno già cercato di mettere
insieme un racconto degli avvenimenti verificatisi tra noi, così come ce
li hanno trasmessi coloro che fin dall'inizio furono testimoni oculari e
ministri della parola» (1,1-2).
A questo punto della trasmissione
del materiale evangelico è intervenuta, nella seconda metà del I secolo,
cioè tra gli anni
50 e
80 d.C., l'opera di
alcune grandi personalità di cui la tradizione ha conservato il nome: si
tratta di Matteo, Marco, Luca, ai quali si aggiunse, prima della fine del
secolo, l'apostolo Giovanni. E' questa la terza e ultima fase della
composizione dei vangeli, nella quale «gli autori sacri consegnarono
l'istruzione fatta prima oralmente e poi messa per iscritto... nei quattro
vangeli per il bene della chiesa, con un metodo corrispondente al fine che
ognuno si proponeva. Fra le molte cose tramandate ne scelsero alcune,
talvolta compirono una sintesi, talaltra, badando alla situazione delle
singole chiese, svilupparono certi elementi, cercando con ogni mezzo che i
lettori conoscessero la fondatezza di quanto veniva loro insegnato...
Perciò l'esegeta ricerchi quale fosse l'intenzione dell'evangelista
nell'esporre un detto o un fatto in un dato modo o in un dato contesto.
Invero non va contro la verità del racconto il fatto che gli evangelisti
riferiscano i detti e i fatti del Signore in ordine diverso, e ne
esprimano le parole non alla lettera, ma con qualche diversità e
conservando il loro senso».
Si devono dunque considerare tre
stadi nella redazione letteraria delle parole e dei fatti di Gesù, ossia
nella genesi dei vangeli: il primo coincide con la vita storica di Gesù
ed è quello che vide l'origine stessa dei fatti e delle parole alla
presenza dei discepoli; il secondo è quello della comunità primitiva,
dopo la risurrezione e la Pentecoste, quando i discepoli raccolsero,
fissarono e trasmisero gli insegnamenti e le opere del Maestro; il terzo
è quello degli evangelisti che redassero per iscritto la tradizione
evangelica con un metodo corrispondente al fine che ciascuno si
prefiggeva. Se il lettore moderno del vangelo, conclude l'istruzione
della Commissione Biblica, «non pone mente a tutte queste cose che
riguardano l'origine e la composizione dei vangeli, e non farà debito
uso di quanto di buono gli studi recenti hanno apportato, non potrà...
scoprire quale sia stata l'intenzione degli autori sacri e che cosa
abbiano realmente detto».
I vangeli sinottici e Giovanni
I tre vangeli di Matteo, Marco e
Luca presentano un fenomeno unico nella storia della letteratura. A
seguito dell'autore tedesco J. J. Griesbach vengono chiamati «sinottici»
perché, secondo il significato di tale vocabolo greco, si possono leggere
insieme con un solo colpo d'occhio. Infatti tutti e tre seguono lo stesso
ordine, possiedono sostanzialmente lo stesso materiale e offrono tre
racconti paralleli della vita di Gesù. Giovanni invece ha un contenuto e
un ordine proprio e condivide con gli altri evangelisti meno del dieci per
cento della materia.
Come spiegare questo fenomeno, e
in quale rapporto stanno tra loro i vangeli? Ecco i termini di quella che
tecnicamente si chiama «questione sinottica», una questione difficile e
forse disperata che da quasi due secoli suscita sempre nuove ipotesi e
discussioni. Che cosa se ne può pensare, senza entrare nei particolari del
dibattito e tenendo presenti i dati acquisiti dalla ricerca moderna? E'
certo anzitutto che i tre vangeli di Matteo, Marco e Luca hanno attinto a
quella medesima fonte che abbiamo già individuato come tradizione e
testimonianza apostolica. L'emergenza di questa fonte è così forte anche
sul piano letterario che s'impose fin dall'inizio alla personalità stessa
degli evangelisti i quali, anziché autori veri e propri, sono sempre stati
considerati come redattori di materiale preesistente. Ne è prova il fatto
che il più antico documento contenente la lista dei libri del Nuovo
Testamento, il Canone muratoriano, scritto verso il
150 d.C., parla del
«libro del vangelo secondo Matteo, Marco, Luca», ecc. Esso attesta cioè un
uso che rimarrà corrente nella storia, in base al quale la comunità non si
sentiva autorizzata a parlare di vangelo, ossia di «buona notizia» di
Matteo, Marco, Luca, Giovanni, ma preferiva dire «secondo» la redazione di
Matteo, ecc.
Cotesta catechesi apostolica
preesistente ai vangeli scritti presentava la vita e l'opera di Cristo
secondo un piano preciso: la predicazione e l'annuncio dato da Giovanni
Battista, gli inizi della missione di Gesù in Galilea e al nord della
Palestina, l'ascesa dalla Galilea alla Giudea, e finalmente la
concentrazione dell'attività a Gerusalemme, dove avvengono la morte e la
risurrezione di Gesù. Nel riportare cotesta catechesi – e si ha qui il
secondo elemento sicuro della questione sinottica – i tre primi
evangelisti si sono ispirati parzialmente l'un l'altro: non si potrebbe
spiegare diversamente la somiglianza letterale di molti passi. Si pensa
che le cose si siano svolte così: fu scritto dapprima un breve racconto
dei principali detti e fatti di Gesù, in aramaico, lingua parlata in quel
tempo in Palestina; una tradizione antichissima attribuisce questo lavoro
a Matteo. Successivamente, ma assai presto, tale testo venne tradotto in
greco, la lingua più comune dell'Impero romano a quel tempo, e in greco
saranno scritti tutti i vangeli. Marco, per primo, compose il suo vangelo
partendo da quel testo oggi scomparso. Luca ebbe certamente sottomano
l'opera di Marco quando stese il suo vangelo. Il nostro vangelo secondo
Matteo sembra attingere ora a Marco ora a Luca.
Ma gli interrogativi sulla vita e
l'opera di Gesù e in particolare sul mistero della sua persona dovettero
essere talmente vivi sulla fine del I secolo da indurre Giovanni a dare
anch'egli, prima di morire, la sua testimonianza sul Maestro. E Giovanni
lo fece in maniera propria e personale, come si conveniva a chi era stato,
insieme a Pietro e Giacomo, uno dei tre più vicini al Maestro. Quando
scrisse era ormai un vegliardo e aveva una lunga esperienza della vita
della chiesa. La sua fede, maturata negli anni, gli permetteva una
singolare introspezione nel mistero del Figlio di Dio, di cui era stato
amico prediletto. Per questo la sua testimonianza su Cristo è stata sempre
vista come il compimento e il perfezionamento di quella dei suoi
predecessori. Essi avevano fissato l'attenzione sull'immagine terrena di
Gesù, additando in lui il Messia; Giovanni ne interiorizza i lineamenti e
delinea di Gesù la fisionomia spirituale, svelando il volto divino che sta
dietro al personaggio della storia. E lo fa con arte e maestria
incomparabili. Il suo vangelo è a un tempo quello di un teologo, ossia di
un esperto nella scienza di Dio, di un responsabile della chiesa e di un
maestro di vita spirituale. Con lui la testimonianza su Gesù raggiunge un
vertice che non sarà più superato.
I vangeli nella storia e nella
vita della chiesa
La chiesa, cioè la comunità
cristiana, ha sempre considerato i vangeli come i suoi gioielli più
preziosi, in quanto contengono le parole e le opere del suo fondatore e
Signore. Non già che i vangeli rappresentino l'atto costitutivo della
chiesa o ne siano il fondamento. La chiesa è anteriore ai vangeli,
esisteva e operava prima che i vangeli fossero scritti, e fu la chiesa a
discernere e a stabilire già nel II secolo, tra il pullulare di tanta
letteratura fantasiosa, apocrifa, quali vangeli dovessero considerarsi
autentici e portatori della verità su Cristo. Ma mentre la chiesa porta i
vangeli e li presenta agli uomini quasi con le sue mani, tuttavia si
specchia in essi e si misura su essi, perché contengono la memoria del suo
fondatore e attestano la fede degli apostoli, i quali veramente sono, dopo
Cristo, il fondamento della chiesa. I vangeli sono stati fin dall'inizio
gli strumenti normali della predicazione e della catechesi e la loro
lettura divenne parte di ogni liturgia.
La celebrazione eucaristica in
particolare fu strutturata fin dalle origini sul racconto dell'ultima cena
quale è riportato dai vangeli, come risulta chiaro già dalla prima lettera
di san Paolo ai Corinzi (11,23-26).
E il filosofo martire san Giustino scrive verso il
150 d.C., nel capitolo
56 della sua prima
Apologia indirizzata agli imperatori Antonino Pio, Marco Aurelio e Lucio
Vero, che «gli apostoli, nelle memorie da loro stese che si chiamano
vangeli, insegnarono che era stato dato loro questo comandamento, che cioè
Gesù prese il pane, rese grazie e disse loro: "Fate questo in memoria di
me: questo è il mio corpo", e similmente prese il calice, rese grazie e
disse: "Questo è il mio sangue", e ne distribuì ad essi soli».
Nell'anno
180, nel processo
contro i martiri scillitani a Cartagine, il proconsole Saturnino domanda:
«Che cosa c'è nella vostra cassetta?». Sperato disse: «Libri e le lettere
di Paolo, uomo giusto». Non v'è dubbio che per «libri» s'intendono i
vangeli dai quali i martiri non vogliono separarsi. Una delle scoperte più
sorprendenti nel campo della paleografia è quella di un papiro proveniente
da Faiyûm o da Ossirinco, che appartiene fin dal
1920 alla Biblioteca
John Rylands. Tale papiro fu pubblicato nel
1935 da C. H. Roberts
e contiene parti del dialogo di Gesù con Pilato quale è riferito in Gv
18,31-38.
Gli esperti sono d'accordo nel datarlo verso il
120-130
d.C. Ciò dimostra che a meno di trent'anni dalla pubblicazione, avvenuta
probabilmente a Efeso verso il
95-100
d.C., il vangelo di Giovanni era già diffuso nelle chiese e veniva
trascritto anche privatamente, per uso dei cristiani.
Con i
25 libri del Commentario
su Matteo composti da Origene a Cesarea nel
244, incomincia la
serie dei grandi studi e della riflessione scientifica, teologica,
spirituale e pastorale sui vangeli. Da allora non si arresta più nella
chiesa il fiume della letteratura sui vangeli, e non è difficile scriverne
la storia. Più arduo invece, ma non impossibile e sempre sorprendente,
seguire il cammino interiore dei vangeli, nelle profondità degli animi.
Basti notare che, dopo avere accompagnato i martiri nelle persecuzioni e
nell'esilio e i monaci nel deserto, i vangeli hanno dato ispirazione a
ogni celebrazione eucaristica nella chiesa e sono stati all'origine di
ogni conversione e riforma individuale e sociale tra i cristiani. Hanno
influito fortemente sulla nascita e formazione della cultura europea, dal
diritto alla politica, dalla lingua alla letteratura, dalla spiritualità
alle arti, irradiando oltre i confini della chiesa. Si pensi a ciò che ha
rappresentato il vangelo, in particolare il vangelo di Matteo con le sue
beatitudini, per san Francesco e per la sua esperienza spirituale. Si
pensi anche a ciò che è stato il vangelo per personaggi come Dostoevskij,
Tolstoj, Gandhi. Non fa meraviglia quindi che nell'estate del
1962, pochi mesi prima
dell'apertura del Concilio Vaticano II, il papa Giovanni XXIII, in una
lettera inviata a tutti i vescovi del mondo, li abbia invitati a
prepararsi al concilio leggendo il vangelo e come specchiandosi in esso.
Lo stesso concilio, promulgando il
18 novembre
1965 la costituzione
dogmatica Dei Verbum sulla rivelazione divina, dichiarava: «A nessuno
sfugge che fra tutte le Scritture, anche nel Nuovo Testamento, i vangeli
meritamente eccellono, in quanto costituiscono la principale testimonianza
relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore.
La chiesa ha sempre e in ogni luogo ritenuto e ritiene che i quattro
vangeli sono di origine apostolica. Infatti ciò che gli apostoli per
mandato di Cristo predicarono, dopo, per ispirazione dello Spirito Santo,
fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti, come
fondamento della fede, cioè l'evangelo quadriforme, secondo Matteo, Marco,
Luca, Giovanni» (n.
18).
Il vangelo e gli altri messaggi
religiosi dell'umanità
L'uomo contemporaneo è chiamato in
una maniera non mai esperita precedentemente a confrontarsi con culture e
tradizioni religiose diverse; tale realtà significa per il cristiano
prendere atto che esistono sul nostro pianeta libri e messaggi religiosi
diversi dal vangelo, i quali sono fonte di ispirazione per centinaia di
milioni di individui. Sono testi di ispirazione e di normativa morale e
rappresentano il punto di riferimento più solenne e sacro anche per gli
atti della vita pubblica. Così, per esempio, mentre in America si giura
sulla Bibbia, in Asia negli atti pubblici si giura rispettivamente sulla
Bhagavad Gita, sul Dhammapada e sul Corano. Sono questi i libri più sacri
e rappresentativi dell'induismo, del buddhismo e dell'islam, che sotto
ogni aspetto rivestono l'autorità di testi simbolici delle rispettive
religioni.
La Bhagavad Gita (termine
sanscrito, letteralmente: «Canto del Beato», chiamata pure semplicemente
Gita, canto) è composta di
700 versetti disposti
in
18 capitoli che formano
una sezione del grande poema epico Mahabharata; contiene il dialogo tra
Krishna, manifestazione salvatrice di Vishnu (il quale a sua volta insieme
a Brahma e Shiva è una delle manifestazioni della Realtà suprema, il
Brahman), con l'eroe prediletto Arjuna, un dialogo che verte sui problemi
capitali dell'esistenza: il bene e il male, la vita e la morte, la verità
e l'errore, e la via per ottenere la salvezza e la liberazione
beatificante. L'opera, la cui origine si pone tra i secoli IV e III a.C. e
può essere stata inserita nel Mahabharata nel secolo successivo, presenta
un carattere composito, il che induce gli studiosi a ritenerla una specie
di sintesi tra le varie correnti religiose sprigionatesi dal grande alveo
dei Veda. In effetti quasi tutti i temi della spiritualità indiana vi sono
presenti e vi sono illustrate le quattro classiche vie indiane per
raggiungere la salvezza: via della conoscenza, dell'azione disinteressata,
della concentrazione o controllo psichico (yoga), e della sottomissione e
donazione amorosa (bhakti). Quest'ultima via sembra prevalere su tutte
nell'intenzione esplicita del redattore finale della Gita ed è rincalzata
dall'idea stupefacente che Krishna ama gli uomini e ne vuole la salvezza
eterna e definitiva. L'uomo nella sua esistenza è ottenebrato dal velo
dell'ignoranza; l'amore a Krishna e la dedizione a lui sono il mezzo più
potente per rimuovere tale velo: in tal modo si attinge e «si realizza» la
verità suprema, che è anche l'approdo finale della liberazione. Questo il
messaggio. «Ma Krishna non fa dell'uomo peccatore un figlio di Dio
rinnovandone il cuore e rendendolo partecipe per libero dono della vita
divina. Nella salvezza secondo la Gita l'uomo scopre soltanto quello che è
sempre stato, non è innalzato a un nuovo livello di vita» (J. Neuner).
Nel mondo buddhista il libro di
gran lunga più diffuso e venerato è il Dhammapada (termine pali, dal
sanscrito Dharmapada, «I versi della Legge»), un breve testo di
423 versetti,
distribuiti in
26 sezioni (vaggas)
contenenti le intuizioni principali del buddhismo. La conoscenza mnemonica
di questo testo e il suo commentario sono un requisito importante per chi
voglia essere ricevuto come novizio in un monastero buddhista. Il
Dhammapada è uno dei
31 titoli del canone
buddhista, fissato per iscritto a Ceylon dopo lunghe controversie nel I
secolo a.C., in lingua pali, un dialetto medio-indiano dell'ovest. Siamo
dunque alcuni secoli dopo la morte del Buddha, quando già il suo pensiero
e messaggio erano oggetto di interpretazioni e applicazioni diverse, ma
ancora prima della grande ramificazione del Mahayana che avvenne nei primi
secoli dopo Cristo. Risulta quasi impossibile delineare in poche frasi il
messaggio etico del Dhammapada, il quale è disposto in forma rapsodica e
sapienziale, non di rado ricca di senso poetico. Basti dire che lo scopo
della via buddhista è condurre l'uomo «all'altra sponda dell'essere», al
di là della concatenazione dei nessi causali che ci imprigionano nel
circolo doloroso dell'esistenza e delle reincarnazioni, al di là
dell'alternanza di piacere e dolore, al di là dell'antitesi tra bene e
male. La grande responsabile di questo incatenamento è l'ignoranza, per
dissipare la quale il Buddha, dopo avere personalmente conseguito il
Risveglio (bodhi), ha messo in moto la ruota della Legge (dharma). E
l'essenza della Legge o dharma sono le Quattro nobili verità e l'Ottuplice
sentiero. Le Quattro nobili verità sono: la realtà del mondo è dolore;
l'origine del dolore è «la sete», cioè il desiderio di vivere; ma della
sete è possibile raggiungere «l'estinzione» (nirvana); la quale si
consegue seguendo l'Ottuplice sentiero: retta visione, retta concezione,
retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retta attenzione,
retta concentrazione. Si tratta, come si vede, di un messaggio pragmatico,
che si presenta quale via di mezzo tra la licenza e l'ascetismo e intende
portare alla liberazione e alla pace. Morendo, il Buddha diede ai suoi
questa consegna: «Operate voi stessi la vostra salvezza con diligenza». Il
buddhismo offre così un sistema di autoguarigione che inizia con la
«purificazione dello spirito»: «Chi parla oppure agisce con mente
corrotta, lo segue la sventura, come la ruota segue il piede... Chi parla
oppure opera con mente pura lo segue la felicità come l'ombra che non si
diparte». Così inizia il Dhammapada, la cui etica non contiene nulla in
contrasto con la morale cristiana e raggiunge ideali elevati di
purificazione, mitezza e simpatia verso gli altri. Gli manca l'annuncio
cristiano dell'amore di Dio in Cristo per noi, che mediante il dono dello
Spirito produce «frutti di santificazione e come fine la vita eterna» (Rm
6,22).
Il terzo grande libro religioso
dell'umanità è il Corano, predicato da Maometto a cominciare dal
610, quando ricevette
nei pressi della Mecca la prima rivelazione, fino alla morte avvenuta nel
632. Il messaggio
originario di Maometto è semplice e forte e richiama indiscutibilmente il
profetismo ebraico: Dio è uno, egli è l'Onnipotente. E' il creatore
dell'universo e farà giustizia nel giorno del giudizio. Magnifiche
ricompense attendono in paradiso coloro che osservano i precetti divini e
terribili punizioni colpiranno nell'inferno coloro che li disprezzano. Con
questo annuncio Maometto, che si presentava come messaggero (rasul) di
Allah, scese fra il suo popolo per strapparlo all'idolatria e imprimergli
una nuova coscienza sociale e nazionale. La sua predicazione fu raccolta
dopo la sua morte e codificata nel testo attuale del Corano per ordine del
califfo Othman nel
651.
Il Corano si presenta diviso in
114 capitoli o sure, in
ordine di lunghezza decrescente, con un'ampiezza totale che corrisponde
circa a un quarto della Bibbia, cioè pari al Nuovo Testamento. Mentre per
lo storico moderno non vi sono dubbi che la maggior parte della
predicazione di Maometto è derivata da elementi del giudaismo e del
cristianesimo, che Maometto poté attingere nel suo ambiente – ragione per
cui l'islam viene annoverato tra le religioni del monoteismo biblico –,
per il credente musulmano, come già per Maometto, sulla cui coscienza
profetica non è il luogo qui di indagare, «il Corano glorioso» è «disceso
dal cielo» dove il suo «originale è scritto su una tavola custodita» (Sura
85,21-22;
97,1). Esso non è l'autorivelazione
di Dio ma la manifestazione della sua volontà e della legge (shari`a) per
l'organizzazione della vita individuale e sociale. Un antico credo
musulmano esprime così la posizione ortodossa: «Il Corano è la parola di
Dio scritta su copie, preservata nelle memorie, recitata dalle lingue,
rivelata al Profeta. La nostra pronuncia, scrittura e recitazione del
Corano è creata, ma il Corano in se stesso è increato» (A. J. Wensinck,
The Muslin creed, Cass, Londra
19652, p.
189). Ciò spiega la
grande venerazione che il mondo islamico nutre per il Corano, il quale
rappresenta per il musulmano quello che per un cristiano è la persona
stessa di Cristo. Secondo il vangelo il Verbo «si è fatto carne», cioè si
è manifestato in una persona umana; nella mentalità coranica la volontà di
Allah «si è fatta libro». Di conseguenza sul Corano non si discute, non si
accettano analisi storico-critiche, si disdegnano perfino le traduzioni,
ma si indicono annualmente gare per l'apprendimento e la recita mnemonica.
Come è noto, nel Corano si parla più volte di Gesù come del più
straordinario dei profeti anteriori a Maometto: è nato miracolosamente
dalla Vergine Maria, ha compiuto miracoli, è lo «Spirito» di Dio, sarà il
giudice degli uomini alla fine della storia, ma non è «Figlio di Dio» come
pretendono i cristiani, i quali avrebbero falsificato gravemente il suo
vangelo. In tal modo, l'islam si presenta come una religione antagonista,
con un messaggio perfetto, definitivo, che abolisce tutti i messaggi
precedenti.
Accanto a questi messaggi
religiosi concorrenziali al vangelo risuonano nella società contemporanea
altri messaggi che si qualificano sociali, materialistici, areligiosi e a
differenza di quelli religiosi invitano l'uomo a orizzonti terreni, a
impegni umanistici e sociali, sottratti a qualsiasi fascinazione
ultramondana. Tra tutti il marxismo si è arrogato la bandiera di una
società perfetta senza differenze né classi, dove a ciascuno sia dato
secondo i suoi bisogni. Tutti questi messaggi sono obiettivamente diversi
dal vangelo e rappresentano non di rado una sfida.
Di fronte ad essi il cristiano
offre instancabilmente la propria testimonianza con umiltà e franchezza
guardandosi da tre tentazioni opposte. Da una parte evita di mutilare il
vangelo disintegrandolo nella sua interezza per offrire soltanto elementi
parziali; dall'altra si guarderà di ridurre il vangelo alla dimensione di
uno dei tanti messaggi che emergono nelle stagioni della storia (è la
tentazione del sincretismo e del relativismo); e ancora si guarderà dal
proclamare aprioristicamente l'antitesi o l'estraneità del vangelo di
fronte a tutti i progetti di salvezza e di promozione umana. Ricorderà
invece volentieri le parole di Gesù che paragonano il vangelo a un lievito
o a un seme, immagini che indicano chiaramente la sua vocazione a
inserirsi nelle realtà della storia e della cultura per elevarle,
purificarle e dare loro compimento secondo il disegno di Dio. Accoglierà
in particolare l'invito al «discernimento» e al «dialogo», che il Concilio
Vaticano II ha rivolto a tutta la chiesa, nella consapevolezza che «il
vangelo è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm
1,16).